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Obiezioni al Motu Proprio Summorum Pontificum, di Fabrizio Cannone
Di Admin (del 18/08/2010 @ 16:32:13, in Attualitą, linkato 2606 volte)

Il Motu Proprio Summorum Pontificum, a ormai tre anni dalla sua pubblicazione, ha suscitato un ampio movimento liturgico e spirituale. Non sono mancate, però, molte e dure obiezioni. Vediamo brevemente quali sono le più diffuse all’interno del mondo ecclesiatico e laicale.

Lo scorso 7 luglio ha compiuto 3 anni la pubblicazione della “Lettera Apostolica”, data Motu Proprio, Summorum Pontificum sulla liturgia precedente alla Riforma liturgica voluta dal Concilio. Codesta Riforma appare, 45 anni dopo, un cantiere sempre aperto: iniziata nel 1965, non è mai finita, avendo prodotto varie edizioni tipiche del Messale Romano (1970, 1975, 2008) e molte altre ristampe correttive, aggiustamenti, rielaborazioni locali e rifacimenti: il solo sacramento del matrimonio è stato variato almeno 3 volte. Si aggiunga che tutti i riti e rituali sono stati ritoccati, persino i sacramentali o gli esorcismi. Le stesse ultime edizioni del Messale Romano comportano delle novità rilevanti rispetto all’edizione precedente, idem per i santi soppressi e poi riammessi, usi locali ammessi, pie tradizioni abrogate, poi magari riprese per indulto... Tanto per dire, sono stati apportati più cambiamenti alla liturgia negli ultimi 4 decenni che dal Concilio di Trento al Vaticano II. Questo già ci dà un’idea precisa del guazzabuglio liturgico in cui si trova oggi, oggettivamente, la cristianità.
L’importante documento che abbiamo festeggiato lo scorso 7 luglio dovrebbe chiamarsi “Lettera Apostolica”, più che “motu proprio”: quest’ultima nozione indica piuttosto la forma letteraria in cui si esprime il Pontefice, la dizione di “Lettera Apostolica” invece attiene di più alla forma giuridica (importante), come si evince dall’aggettivo che non appare in tutte le lettere pontificie.
In soli 3 anni un movimento liturgico e spirituale di sconfinata ampiezza si è messo in moto quasi dal nulla o dalle rovine. Ne fanno fede e ne rendono testimonianza le molte celebrazioni tridentine che si sono sviluppate in mezzo mondo, con una presenza giovanile molto significativa, sia tra i fedeli che tra i celebranti. Le comunità religiose maschili e femminili che usano in toto o in parte quella forma liturgica riscontrano molti benefici e le vocazioni nate in quel contesto liturgico e cultuale – che è ben lungi da essere di solo pregio estetico – sono una significativa garanzia della legittimità del documento pontificio.
Purtroppo però, com’era più che prevedibile in un contesto ecclesiale segnato dalla confusione dottrinale post-conciliare, molte e dure opposizioni si sono scatenate contro il “ritorno del passato”, ovvero contro l’uso del Messale del 1962 (il quale a ben vedere non è poi molto più antico di quello del 1969-70: l’opposizione dunque non si basa sulla sua maggiore antichità, ma su ragioni, effettivamente, più cogenti...).
Riassumiamo brevemente per il lettore alcune di queste obiezioni: esse non hanno in comune tra loro quasi nulla e ciò mostra che per metterle insieme serve un collante extra-liturgico, che è fornito in effetti dalla dimensione dottrinale, teologica e spirituale sottesa a quel tipo di celebrazione. Quello che non si accetta, nel Messale Romano tradizionale, è esattamente ciò che noi valutiamo essere il suo pregio per eccellenza: la perfetta ortodossia dottrinale (oggi più evidente, paragonandolo al Novus Ordo), l’espressione cristallina della nozione cattolica di sacrificio eucaristico e la netta distinzione tra clero e laicato.
Ecco ad ogni modo le obiezioni più diffuse presso prelati, preti, catechisti e membri laici di istanze ecclesiastiche.

  1. “La gente non la vuole”;
  2. non si possono accettare in una stessa nazione, in una stessa città, in una stessa diocesi e perfino in una stessa parrocchia due forme liturgiche diverse;
  3. la grande differenza del ciclo dei santi e dell’anno liturgico;
  4. “Quella messa non si capisce, non è partecipata, non è moderna”, ecc.

All’obiezione numero 1 rispondiamo anzitutto che se il gradimento popolare fosse un criterio decisivo dovremmo fare un referendum liturgico per stabilire cosa la gente vuole e non vuole. Referendum da ripetere ad ogni generazione, anzi ogni 3-4 anni vista la velocità delle mode e delle “infatuazioni culturali” ai giorni nostri. Bisogna notare poi che, visto il tracollo della partecipazione che ha fatto seguito all’introduzione della nuova Messa nel 1969, anch’essa correrebbe il rischio, in un’ottica del genere, di dover subire aspre critiche, o almeno di ricevere una sorta di tagliando onde valutarne, 40 anni dopo la sua rapida imposizione, il tasso (sempre vario e variabile) di apprezzamento. Faccio notare che quando il Novus Ordo Missæ fu pubblicato (1969, poi con correzioni di fondo, nel 1970) e la Messa in italiano iniziò ad essere la prassi, in molte zone della penisola, per esempio nelle isole maggiori, ma anche al Sud e nel Triveneto, la frequenza era molto alta, e in pochi anni, talvolta in pochi mesi essa si ridusse drasticamente, fino al 50%. Questo però non incrinò minimamente i nuovi liturgisti nelle loro convinzioni, e ciò è paradossale dato che tra gli obiettivi vantati della Riforma, e nel disprezzo sottile per la liturgia antica, c’era proprio l’idea di “avvicinarla al popolo”! Dopo 40 anni non solo di Nuova Messa, ma anche di nuova teologia, nuova catechesi, nuovi sacramenti, nuovi abiti religiosi (o piuttosto nella loro assenza...), nuova architettura liturgica, nuova concezione del sacerdote, nuovo ruolo dei laici (e delle donne), nuova mentalità – tant’è che secondo il domenicano padre Cavalcoli il termine cattolico è divenuto equivoco nel post-Concilio – è una nuova cristianità che si è imposta. è ovvio che moltissimi fedeli, persino quelli di grande pietà e devozione, che ancora (r)esistono nelle nostre chiese, si sentano a disagio con un rito che non hanno mai visto (e questo mostra il danno del salto generazionale dovuto all’abolizione pratica quarantennale del Rito antico) o che, nei sessantenni fino ai centenari, ricordano a fatica, che hanno in parte dimenticato, che non raramente hanno sentito denigrare proprio da teologi e pastori all’interno delle loro parrocchie...

Invece di creare “disordini”, diversità e incomprensioni, come alcuni sostengono, il Motu Proprio ha fatto rifiorire il fondamento della Messa: l’adorazione di Dio nella partecipazione al Sacrificio incruento dell’altare.

All'obiezione numero 2 risponde la storia e il buon senso. Anzitutto i riti liturgici nella Chiesa sono molti e nei secoli sono andati progressivamente aumentando fino alla riforma liturgica che, contro la pluralità liturgica e la ricchezza culturale della Tradizione, impose un unico rito, quello “romano riformato” all’intera Chiesa occidentale. Per secoli abbiamo avuto la pacifica coesistenza di varie famiglie liturgiche: «I riti siro-occidentali e siro-orientali che vengono da Antiochia; i riti copto ed etiope che vengono da Alessandria; i riti bizantini che si ispirano alla chiesa di Costantinopoli (con un’importante colorazione slava per quella parte che poi farà capo a Mosca); i riti latini [si noti il plurale], con le loro articolazioni in tutta l’Europa occidentale e l’Africa settentrionale, ma che hanno in Roma il loro centro di gravità» (C. Crescimanno, La Riforma della Riforma liturgica, Verona 2009, p. 50).
L'obiezione di sopra dunque non tiene conto della storia. In Occidente esistevano, infatti, oltre al Rito Romano, il Rito domenicano, quello cistercense, quello certosino, quello ambrosiano, quello lionese e altri. Certo, erano tutti molto simili tra di loro, persino più simili tra loro di quanto non lo sia ciascuno di essi con il rito romano rinnovato, ma questo è un motivo a loro favore, non contro il loro uso ...
I Domenicani, un Ordine religioso importante e diffuso, nei molti santuari, rettorie, chiese e cappelle che amministravano, sino alla riforma liturgica, celebravano usando il loro rito e nessuno se ne scandalizzò mai. Non si vede dunque perché debba destare scandalo la coesistenza nella stessa parrocchia della forma straordinaria accanto all’ordinaria. È poi priva di buon senso l’obiezione sul “disordine” rituale e cultuale che deriverebbe dalla diffusione della Messa antica, accanto e assieme alla più praticata Messa nuova: il pluralismo liturgico, cosa ben diversa dall’antica pluralità rituale, con tutti i suoi eccessi e tutte le sue stramberie è, infatti, nato con la riforma liturgica e proprio per due dei suoi criteri fondamentali, cioè la creatività del celebrante (e spesso dell’assemblea) e l'adattamento (o sociale o etnico, detto inculturazione).
Prima del disastroso panorama liturgico attuale, un ambasciatore italiano, in Francia, in America Latina o nelle missioni africane, poteva assistere alla stessa identica Messa della sua parrocchia, che era anche la stessa Messa del Pontefice in Piazza San Pietro. Ciò che cambiava era solo la lingua in cui veniva fatto il sermone e le letture. Oggi quest’unità è stata spazzata via, parrebbe per sempre, e ciò è stato fatto volontariamente.
La creatività del celebrante, infatti, per sua natura, è infinita e se ad essa si aggiunge quella del gruppo scout prevalente o quella degli sposi il giorno del loro matrimonio, o quella della catechista a cui non si può dir di no, o quella del “gruppo di base” che vuole coinvolgere gli ultimi e i marginali... cosa succede? Come notò a suo tempo Ratzinger si arriva alla liturgia dell’assemblea, in cui si celebra etsi Deus non daretur...[come se Dio non ci fosse, NdT] Ma questo era impossibile con la Messa di san Pio V o con gli altri riti ammessi.
I tanti e giusti richiami vaticani contro le aberrazioni liturgiche postconciliari, che da soli mostrano l’esistenza di un problema serio - dalla Mysterium fidei di Paolo VI (1965) fino alla Redemptionis Sacramentum di Giovanni Paolo II (2004) e ai ritocchi imposti da Roma alla celebre Eucaristia del “Cammino neo-catecumenale” -, resteranno infruttuosi nella misura in cui la Messa rimarrà quello che è diventata di fatto dopo la riforma: non anzitutto l’adorazione di Dio nella partecipazione al Sacrificio incruento dell’altare, ma un'assemblea liturgica che commemora i momenti forti della salvezza.
Già oggi, senza bisogno del Motu Proprio, in numerose parrocchie esistono varie diverse liturgie: quella dei bambini, quella animata dai carismatici, quella con preghiere di guarigione, quella (più rara) con l’organo e il canto gregoriano... E non parliamo delle “famiglie liturgiche post-conciliari”: esse sono collegate con le varie sensibilità presenti nel panorama ecclesiale o con la cultura nazionale.
E proprio nell’ultimo quarantennio, anche in ragione della globalizzazione, si sono generalizzate le Messe nelle lingue straniere, cosa prima inutile grazie alla lingua universale della Chiesa. Nelle città medie e grandi, dove vive la maggior parte dell’umanità, esistono Messe in molte lingue, a cui il fedele indigeno non ha accesso. A pochi passi da casa mia a Roma c’è la Messa per i rumeni cattolici, e in centro città ci sono Messe, sebbene nello stesso rito romano (riformato) in filippino, inglese, croato, polacco, ecc.
E gli anglicani tradizionalisti ritornati nella vera Chiesa di Cristo? Il Papa ha concesso loro l'uso delle loro tradizioni liturgiche (nella misura del possibile): dunque a Londra e altrove ci saranno due riti cattolici differenti. Ma se ce ne possono essere due, ce ne possono essere anche tre (quello “anglicano”, quello Romano tradizionale e quello romano rinnovato, in attesa tuttavia della sua sostanziale contro-riforma).
Insomma, la parcellizzazione e la frammentazione della Liturgia cattolica non solo non deriva dal Rito Romano antico, ma dalla sua pratica e universale abolizione in nome della self made mass ... [messa fai da te, NdT] Il Motu Proprio contribuirà a ridurre i danni, ma è giunto, secondo noi, troppo tardi: ciò che sarebbe impellente ora sarebbe il recupero della tradizione liturgica integrale nella Messa nuova, e non solo, oltre la Messa nuova. Il che richiederebbe una nuova edizione del Messale rinnovato, chiamiamola per capirei la Messa di Benedetto XVI (dopo quella di san Pio V e di Paolo VI), ispirata ai criteri dell’antico: iniziando al più presto con la Comunione unicamente orale e in ginocchio, l’orientamento sacerdotale tradizionale e il Canone (silenzioso) in lingua latina.
L'obiezione numero 3 sembrerebbe più plausibile, se non ci fossero però tanti elementi a sostenere la diffusione, incoraggiata dal Motu Proprio, della Messa di san Pio V. Ogni giorno, infatti, possono commemorarsi più Santi e questo è già ammesso nella Chiesa e nella pratica: che problema c’è se io esco da una Messa in cui, che so, il l° gennaio è l’Ottava di Natale e un mio amico festeggia lo stesso giorno la solennità della Madre di Dio? In certe zone di ritualità mista orientale-occidentale come l’Ucraina o la Russia, ma anche altri casi esistono nel mondo, ci sono fedeli cattolici che festeggiano il Natale e la Pasqua in giorni diversi, a causa dei calendari civili e liturgici diversi (il calendario giuliano e quello gregoriano). Ma anche qui dovrebbe aprirsi una parentesi che lasciamo a chi è più edotto di noi per mostrare come, a parte alcune migliorie, il ciclo liturgico triennale (A-B-C) non pare affatto preferibile al sistema annuale precedente. E la stessa soppressione o il declassamento di molte feste (della Madonna per esempio, drasticamente marginalizzata dalla riforma, o quella della Circoncisione di Gesù o di certe periodi come le Quattro Tempora o Settuagesima, ecc., o di certi Santi come san Giorgio o santa Filomena) o il semplice spostamento di altre ricorrenze (come la festa di Cristo Re dall’ultima domenica di ottobre all’ultima domenica dell' Anno Liturgico) non paiono progressi, ma cedimenti e frutto di quella “liturgia fabbricata” contro cui il teologo Ratzinger ha scritto pezzi memorabili.
All’obiezione numero 4, in fondo, abbiamo già risposto, rispondendo alle altre tre. Il problema liturgico non nasce con la Messa tradizionale, ma nasce con la riforma liturgica e la sua polisemia intrinseca. Essa ha quasi mezzo secolo di storia e un’applicazione pressoché universale: dove ha prodotto grande fervore nell’accostarsi alla Comunione? Dove ha rilanciato l’Adorazione eucaristica? Dove ha fatto aumentare la pratica del Precetto domenicale? Dove l’abuso non è nato, o non si è diffuso? Dove la creatività, l’adattamento, gli strumenti profani e i canti vuoti non l’hanno snaturata profondamente? E esattamente il contrario che si è verificato, più o meno ovunque. Prenderne atto significa gettare le basi per la ripresa, per la restaurazione della Liturgia cattolica che dovrà sempre più ispirarsi a Dio, al suo Mistero, alla sua immensità, alla Liturgia angelica, alla Gerusalemme celeste e sempre meno alla cultura effimera e inconsistente di questo o quel popolo, di questa o quella cultura, soprattutto se trattasi di una cultura totalmente desacralizzata e desacralizzante come la nostra.
I danni fatti alle anime da una “liturgia prefabbricata”, da “Messe show”, da liturgie «al limite del sopportabile», dal «crollo della liturgia» (le espressioni, che potrebbero continuare, sono tutte del teologo Ratzinger) sono incalcolabili.
Ora non possiamo che tornare a Dio solo, lasciandoci dietro le spalle gli errori del passato e tentando, con la sua grazia, di costruire il futuro. Se «il risultato [della riforma] non è stato una rianimazione, ma una devastazione» (Ratzinger, 1992), è auspicabile una «lotta, necessaria in ogni generazione, per la corretta interpretazione e la degna celebrazione della sacra liturgia» (Ratzinger, 2003).

pubblicato nei numeri 29-30 del Settimanale di P. Pio

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