Elisabetta significa “DIO ha giurato” oppure “DIO è perfezione”
PROLOGO
Ricordo perfettamente, a distanza di oltre 21 anni, quella mattina di sabato 30 gennaio 1988, quando tutto iniziò.
All’epoca io avevo 25 anni e studiavo Scienze Forestali presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. Vivevo pertanto in quella città e rientravo a volte, a casa, per il fine settimana.
Quel giorno io dovevo essere a Viterbo ma, oggi non ricordo le ragioni, ero sceso a Roma e quella mattina, dopo essermi svegliato, verso le 8,00 ero andato in cucina a fare colazione e qui come sempre c’era la mia dolce cara Mamma Elisabetta, con cui mi sono messo a parlare (nulla lasciava aimè presagire ciò che di li ha poco si sarebbe verificato). Poi è arrivato anche il mio carissimo papà Nicola e poiché doveva fare un po’ di spesa, io l’ho accompagnato con la macchina.
Siamo rientrati a casa verso le 11,00 e mia madre riuscì a malapena ad aprire la porta e a dirmi che non capiva più nulla. Corse in sala da pranzo si stese sul mio letto e da li non si rialzò più.
Ometto per brevità di entrare nei dettagli di ciò che successe in quella tragica giornata che si concluse alle ore 18,00 circa con il ricovero d’urgenza in sala di rianimazione all’Ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina di Roma.
Dopo circa 24 ore di prognosi riservata, Elisabetta si risvegliò ma da quel momento però perse la sua autonomia nel senso che non ricordava bene le cose, anche se camminava e mangiava da sola.
Se usciva di casa, si perdeva e bisognava correre a cercarla. Così come nell’igiene personale bisognava aiutarla.
Nel corso degli anni, lentamente, molto lentamente, le sue cellule cerebrali si andavano spegnendo e di conseguenza anche le sue facoltà.
LE ORIGINI
Elisabetta Idone - Lo Sterzo è nata il 22 giugno del 1925, in un piccolo paese che sorge alle falde dell’Aspromonte in Calabria, San Procopio. Ha avuto un infanzia vissuta nella massima povertà e semplicità ma sempre circondata dall’amore delle sorelle Anna e Mimma e dei genitori. La famiglia viveva di piccoli lavori di campagna e ricordo mia madre quando mi raccontava della sua gioventù, dove l’alimentazione era molto povera e si basava su minestre di verdure, generalmente sempre fagiolini e patate, e solo in occasione del Natale e della Pasqua, mangiavano un po’ di carne e il regalo era una stecca di fichi secchi che trovava sotto il cuscino.
Camminava senza scarpe, perché la sua famiglia non era in grado di poterle comprare e ha frequentato solo la prima e la seconda elementare, perché i suoi genitori non potevano permettersi di comprargli i libri per la scuola anche se era molto brava.
La casa natale era fatta di lamiere e legno (ed ancor oggi ve ne sono di abitate in paese con queste caratteristiche) e il bagno era un foro su una specie di balcone.
Era una vita estremamente semplice e povera, ma mai Elisabetta ha rimpianto quell’infanzia.
Spesso, quando eravamo da soli a casa, lei mi raccontava della sua vita al paese, confrontandola con il benessere che avevamo. Sarà per questo che praticamente sia Lei che il mio Papà praticamente non si compravano mai vestiti per loro. Mia madre quando c’erano i saldi, comprava le stoffe e si faceva i vestiti da sola. Mio Padre portava sempre quegli stessi vestiti comprati chissà quanti anni addietro.

NICOLA ED ELISABETTA
La mamma di Elisabetta si chiamava Anna ed ha vissuto per oltre 20 anni (dal 1936 al 1956) paralizzata su una sedia, e la sedia su cui viveva, era una sedia di legno con un foro al centro.
Con la povertà che vigeva all’epoca, non esisteva alcuna forma di assistenza per questi malati e a ciò doveva provvedere la propria famiglia.
Poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, intorno al 1939, Nonno Bruno con le figlie Mimma ed Elisabetta (che aveva 15 anni di età) si trasferiscono a Roma per trovare lavoro e così sostenere tutta la famiglia.
In quest’occasione Elisabetta riceve il suo primo paio di scarpe. Mio nonno Bruno viveva vendendo caramelle come ambulante e mandò Elisabetta da una sarta in modo che così potesse imparare un mestiere.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, in occasione di una festa tra amici, mia madre incontrò Nicola con cui si sposò a Giulianova (TE) il 14 luglio 1949 presso il Santuario Madonna dello Splendore che si trova a Giulianova (TE) e retto dai Frati Cappuccini ( www.madonnadellosplendore.it ).
Negli anni successivi diedero alla luce tre figli: Claudio nato il 10 agosto 1951, Roberto nato l’11 gennaio 1957 e Marcello nato il 13 aprile 1963.
Per desiderio di mio Padre, Elisabetta si occupava della casa e di noi figli. Ricordo sempre la sua grandissima pazienza infinita nei nostri confronti e il grande amore che ci riversava, e per farla arrabbiare bisognava veramente metterla a dura prova.
Ricordo, quando ovviamente non andavo a scuola, che tutte le mattine andavamo ai mercati generali siti sulla via Ostiense, che erano vicini a dove abitavamo, a fare la spesa e per me girare fra i banchi della carne e della frutta era una cosa affascinante, un mondo che mi attraeva.
La domenica si andava sempre alla S. Messa e tutti e tre abbiamo ricevuto un’istruzione cattolica, facendo anche l’asilo e le scuole elementari presso un Istituto di Suore che era vicino casa.
LA MALATTIA
Quando nel febbraio del 1988 iniziò la sua malattia, sinceramente eravamo completamente impreparati ad affrontare la situazione e senza che qualcuno ci desse indicazioni su come comportarci.
Così per esempio succedeva che quando doveva andare al bagno non si ricordasse dove era e quindi faceva i suoi bisogni dove le capitava, oppure apriva i rubinetti del gas perché voleva cucinare ma non si ricordava come si faceva, o per esempio prendeva il telefono e se lo trascinava dietro rompendo tutto.
Il peso maggiore di questa situazione si riversò sul mio Papà che sempre fino all’ultimo la assistita con grande amore.
Io da parte mia, ero ormai l’unico figlio a vivere in casa, essendo i miei due fratelli sposati, ma spesso appunto ero a Viterbo e non mi rendevo ben conto, devo sinceramente riconoscerlo a distanza di anni, di quello che “stava accadendo”.
Il 28 agosto 1995, il Prof. Adriano Gentilomo docente della Facoltà di Psicologia dell’Università della Sapienza di Roma, sottopose a visita medica mia madre e la diagnosi è stata “demenza senile – Alzheimer”.
Egli poi mi invitò a visitare una struttura alla periferia di Roma, di lungo degenza, oggi chiamate “strutture protette”. Mentre camminavo nei corridoi, osservavo le persone, tutti anziani, e dentro di me la cosa che mi impressionò era una sensazione di “morte” di “tristezza” di “silenzio”. Non scorgevo allegria e felicità, ma solo una profonda tristezza nelle persone anche se l’ambiente era perfettamente pulito e in ordine. Il Prof. Gentilomo mi spiegò, che molti di questi anziani, i figli non venivano mai a trovarli se non raramente, ma riscuotevano puntualmente le loro pensioni. Compresi il messaggio e dentro di me feci la promessa che mai, mia madre, sarebbe finita in una struttura simile (anche se non mi rendevo conto di quello a cui sarei andato incontro).
Il 22 dicembre 2001 il mio Papà Nicola, ad 81 anni, lasciò questo mondo terreno per il Regno dei Cieli e da quel giorno toccò a me occuparmi della mamma.
SOLI
Quando ero a casa e c’era ancora mio padre, osservavo che lui parlava sempre con la mamma, le diceva quello che faceva e se dovevamo uscire, non usciva di casa se prima non andava a salutarla e rassicurandola che saremmo tornati presto.
So che può sembrare assurdo, ma io stesso vivendo pienamente questa situazione, non comprendevo il comportamento di mio padre e gli dicevo “ma dai papà smetti di parlare alla mamma non lo vedi che tanto non capisce niente!!!!”.
Come mi sono dovuto ricredere anni dopo di questo mio modo di pensare, quale senso di colpa per non essermi reso conto che la mia mamma invece capiva eccome se capiva.
Essendo rimasto io da solo ad accudire Elisabetta, con l’aiuto di una colf, che veniva la mattina, fu lei ha iniziare a farmi capire che la mamma “capiva”, era presente.
All’inizio rimasi quasi incredulo ma via via iniziai a fare caso a certi particolari e i miei occhi, con profonda meraviglia, si aprirono e iniziai a comprendere che Elisabetta comunicava.
Ovviamente bisognava calarsi nel suo “mondo” e usare lo stesso linguaggio, come succede per altre categorie di disabili, per esempio le persone autistiche.
Tra le varie esperienze che posso citare, per esempio, un’estate, in cui era in vacanza con la Comunità di Sant’Egidio, nel gruppo c’era una logopedista, questa prese la mano di mia madre e le poneva delle domande precise e lei rispondeva con il movimento della mano in maniera precisa.
Non potete immaginare il mio stato d’animo perché comprendevo ancora di più che Elisabetta “capiva” e io che invece la consideravo un “vegetale”, un “essere morto” (Elisabetta non riusciva più a parlare normalmente ma emetteva dei suoni tipo una sorte di tosse).
Inutile dire che prendendo sempre più coscienza di ciò, aumentava la mia attenzione nei suoi confronti, le parlavo sempre più spesso, la riempivo di baci, di carezze, di affetto.
Iniziai a comprendere che la prima medicina di cui necessitava era “l’amore”.
Ovviamente, all’inizio di questa avventura, fui preso anche dallo sconforto. Come tutti i ragazzi giovani, io desideravo divertirmi, viaggiare, essere spensierato, ma quando rientravo a casa trovavo un mondo completamente diverso, è inutile nascondere che i momenti di sconforto sono stati tanti, specie dopo la morte del mio papà.
Non posso non nascondere che ho pensato anche a soluzioni molto estreme, ma poi dicevo “chi si prenderà cura di Elisabetta?”, “che fine farà?”. Allora, guardandola, e ricordando tutta la sua dolcezza e umanità, e tutto il bene che lei mi aveva fatto, questi propositi sparivano.
Quei pochi amici che venivano a trovarmi a casa, rimanevano impressionati dal contesto in cui vivevo e mi dicevano “ma come fai a vivere in queste condizioni?”.
A me bastava guardare quel dolce viso e ricordarmi tutto il bene che mi aveva fatto, per ritrovare la forza.
LA FEDE
Una sera, era poco dopo il tramonto, ero in cucina, ed ero di nuovo preso da un momento di sconforto. Del resto tutto sembrava andare storto, il lavoro, gli amici, fu allora che sentii una voce chiara, dolce, affettuosa che mi disse solo tre parole “dì il Rosario”.
Mi guardai intorno ma ero solo in casa e mia madre era sul letto nella sua stanza (e non poteva parlare), ma io quelle parole le avevo sentite realmente, non era suggestione.
Erano ormai molti anni che mi ero allontanato dalla fede. Non andavo più a messa, non mi confessavo, non ricordavo più neanche l’Ave Maria o il Padre Nostro, e ovviamente non sapevo assolutamente cosa fosse il “Rosario”.

SUOR M. RAFQA CON ELISABETTA
Com'è nel mio stile, che prima di emettere un giudizio su un qualsiasi argomento, desidero approfondirlo e comprenderlo, telefonai così ad una mia carissima amica, che era credente ma non praticante, e le chiesi: “Ma tu sai che cosè questo Rosario?”. Lei mi rispose: “Ma stai scherzando, è la preghiera più potente che possa esistere sulla Terra”.
A quel punto andai su internet per approfondire l’argomento e capire cosa fosse e come funzionava questo Rosario. So che oggi può sembrare buffa la cosa, ma le cose andarono proprio in questo modo.
Poco tempo prima ero stato al Santuario di Greccio (RI) con i miei nipoti Federico, Tommaso e Martina e mio fratello Roberto con mia cognata Elisabetta, e avevo comprato quella che io ritenevo una semplice collana di perline di legno. Solo in quel momento compresi che quella collana era il Rosario.
Da quel momento è iniziato il mio cammino di riavvicinamento alla fede e alla Chiesa Cattolica.
Su suggerimento di mio fratello Claudio, presi contatto anche con il Parroco della mia parrocchia, Santa Galla, chiedendo se poteva venire ogni tanto a portare il Sacramento della Comunione a mia madre e Don Concetto subito si è reso disponibile. Così ogni primo venerdì del mese, a turno oltre a Don Concetto, sono venuti Don Faustino che è il viceparroco, Don Matteo e gli altri sacerdoti che operano nella parrocchia, a portare il Sacramento dell’Eucarestia a Elisabetta.
LA TOSSE
Elisabetta ormai da anni non riusciva più a parlare, per cui comunicava con noi con la “tosse”. La “tosse” era il suo alfabeto morse e noi dovevamo cercare di capire cosa voleva dirci. Affrontai la cosa come un gioco, a volte tossiva perché realmente il catarro che aveva in gola le dava fastidio, altre volte era solo perché non voleva essere lasciata “sola”, altre volte perché le cambiassimo la posizione sul letto o sulla sedia a rotelle.

IL LETTO DI ELISABETTA
Così per esempio quando io rientravo a casa, lei sentiva che si apriva la porta e ormai aveva associato ciò al fatto che io rientravo a casa. Prima che io infilassi la chiave nella serratura, in casa c’era il silenzio assoluto e così durava dopo che io ero entrato. Ma se poi nel giro di 5 minuti non andavo a salutarla, allora lei iniziava a tossire, prima piano e poi sempre più forte, più forte, e come allora io mi precipitavo da lei, preoccupato che fosse successo chissà che cosa, come le prendevo le sue mani nelle mie mani, allora immediatamente cessava di tossire.
Così anche la notte, spesso mi alzavo due - tre volte, perché iniziava a tossire, io pensavo al catarro o ad altri problemi ma poi come arrivavo li e l’accarezzavo cessava di tossire. Capii che in realtà lei voleva che le stessi vicino.
Dopo che compresi questo suo modo di comunicare, la sera, prima di andare a dormire l’abbracciavo e dopo averle dato tanti baci le dicevo “Hei! Ora è mezzanotte e tra sei ore mi devo alzare per andare al lavoro quindi mo nun te mette a cantà come te piace fà a te!”. Io andavo in camera mia ma poco dopo Elisabetta mi “chiamava”, allora riandavo da lei, e dopo averla coccolata le ripetevo che dovevo dormire pure io e dopo non chiamava più. Quando poi la mattina mi suonava la sveglia, fino a quel momento c’era il silenzio assoluto. Ma dopo che la sveglia mi era suonata, lei capiva che io mi ero alzato e se non andavo a salutarla entro 5 minuti, di nuovo riprendeva a “chiamarmi”. Flora, che si fermava a dormire a casa quando io ero fuori per lavoro, invece non resisteva alle chiamate di Elisabetta, allora andava in camera sua, prendeva la sedia a rotelle e si sedeva lì vicino a Elisabetta stringendole la mano, e allora Elisabetta cessava di agitarsi e dormiva serena; dormivano così insieme per tutta la notte.
Ogni volta che mia nipote Claudia, veniva in Italia e insieme a mio fratello Claudio venivano a casa a trovare me e la nonna, lei voleva sempre darle da mangiare personalmente e quindi ho dovuto insegnarle come doveva fare. Quando poi Claudia ha abbracciato la vita religiosa entrando nell’Ordine delle Suore Francescane dell’Immacolata con il nome di Suor Maria Rafqa, è tornata a trovare la nonna insieme alla sorella Anna e ai suoi genitori Claudio e Yutte, che vivono a Londra. Quando Suor Maria Rafqua abbracciava Elisabetta riempiendola di affetto e stringendole le mani, il viso di Elisabetta si irradiava di serenità.
Il mio lavoro mi porta a volte ad assentarmi da casa per periodi brevi o lunghi. Se si trattava di un’assenza di tre-quattro giorni Elisabetta era tranquilla. Ma se dopo cinque giorni lei non mi vedeva allora iniziava a fare i capricci e per esempio rifiutava il cibo e l’acqua. Allora Flora, disperata mi chiamava sul cellulare e io parlavo con Elisabetta che con tutte le sue forze mi mandava i suoi “baci” per telefono e dopo, tranquillizzata, riprendeva a mangiare. Quindi imparai che ogni volta che viaggiavo, ogni giorno dovevo chiamare Flora sul cellulare e lei mi passava Elisabetta che quasi saltava dalla gioia sulla carrozzina nel sentirmi (ciò non è un modo di dire ma realmente succedeva questo tantè che Flora ne rimaneva impressionata).
IL RICOVERO
Quando è stata ricoverata a fine ottobre 2009 nel reparto di breve osservazione al CTO di Roma alla Garbatella, le signore che erano nella stanza si accorsero, e me lo fecero notare, che Elisabetta praticamente dormiva tutto il giorno. Però quando sentiva la mia voce - io ho un vocione e quando entravo in reparto salutavo i medici e gli infermieri, Elisabetta ancora non mi vedeva ma le arrivava la mia voce - allora lei apriva gli occhi e fino a quando rimanevo li con lei, era sempre vigile. Quindi le signore che erano nella sua stanza si resero conto che quando io arrivavo lei si svegliava e tale rimaneva fino a quando io stavo li con lei...
Ricordo quando fu riportata a casa dall’ospedale, quando gli infermieri della Croce Rossa, la misero sul letto della sua stanza, lei aveva un sorriso magnifico, radioso, e si guardava intorno felice di essere ritornata nella sua casa.
Nell’alimentazione ho sempre cercato di farle mangiare quello che aveva sempre mangiato, con l’unica accortezza di frullare il tutto. Se un cibo non le piaceva non c’era verso di farglielo mangiare e quando le si davano i dolci cremosi o semifreddi o il gelato (di cui è stata sempre golosa), allora se li divorava.
Quando la sera rientravo a casa, io preparavo la cena per me e per Elisabetta e mangiavo nella sua stanza sia perché c'è la televisione sia perché così stavamo insieme. Prima mangiavo io e allora lei mi guardava con i suoi occhioni come a dirmi “e io?”. Ovviamente dopo aver terminato la mia cena iniziavo con lei, ci voleva pazienza perché ci voleva oltre un’ora per farla mangiare, perché ovviamente deglutiva piano piano, e poi le facevo l’igiene personale.
L’ULTIMA VOLTA DEL SACRAMENTO DELL’EUCARESTIA
Venerdì 27 febbraio 2009, fu l’ultima volta, prima della sua partenza per il Cielo, in cui a Elisabetta fu data la Comunione. Quel giorno cero anche io a casa, oltre a Flora, la colf che accudiva mamma, compito che svolgeva con grande amore, e venne proprio Don Concetto. Elisabetta era nella sua stanza sulla sedia a rotelle e io assistevo stando in disparte dalla stanza vicina. Bèh quello a cui ho assistito, se non lo avessi visto con i miei occhi, sinceramente non ci avrei mai creduto. Quando Don Concetto iniziò a recitare le preghiere, il viso di Elisabetta si è “illuminato” come se uscissero dal suo viso tanti infiniti raggi di sole e la cosa divenne ancora più forte nel momento in cui Don Concetto elevò l’Eucarestia al cielo. Elisabetta era completamente profusa verso l’Ostia e completamente concentrata su Don Concetto. Una scena ripeto, che è difficile descrivere, tantè che Flora me ne aveva già parlato (io come ho già scritto, per il lavoro che svolgo sono frequentemente in viaggio per cui era raro che potessi essere presente) ma io, testa dura, come al solito non riuscivo a ben comprendere ciò che Flora voleva dirmi.
LA PARTENZA
Elisabetta è partita per il Cielo alle 22,30 del 3 marzo 2009. Quel giorno è stato un giorno come tutti gli altri e nulla faceva presagire che il Signore quella sera l’avrebbe chiamata a Sé. Anzi era un giorno speciale perché era venuto Mauro, il mio amico muratore, che doveva montare i mobili. Infatti, nel corso dell’ultimo anno, avevo iniziato a fare dei piccoli lavori di ristrutturazione a casa al fine di poterci muovere più agevolmente con la carrozzina per la piccola casa (circa 50 mq). Quindi quel giorno si coronava il mio sogno di avere una casa più comoda che conciliasse meglio le esigenze di Elisabetta e io che ci dovevo anche lavorare (in tutti questi anni il mio ufficio era una scrivania di 1 metro quadrato). Il pomeriggio, quando siamo rimasti soli, io sono andato da lei, ho preso la sua mano nella mia ed ho recitato il Rosario e i Vespri.
Quindi ho ripreso il mio lavoro e poi sono uscito a fare una passeggiata. Quando sono rientrato ho cenato e quindi a quel punto mi sono preparato per far cenare mia madre e fino a questo momento era assolutamente tutto come le altre sere precedenti. Le ho dato da bere e poi avevo iniziato a darle il primo cucchiaio di frullato di frutta ma………. è stato un lampo……., ho visto il viso di Elisabetta che sbiancava, e questo non era mai successo in 21 anni.
Intuii che stava succedendo qualcosa di anomalo, ma ho fatto appena in tempo a metterle la mano dietro la testa per sostenerla, ma ha chiuso gli occhi ed era già partita.
Potete intuire il mio stato d’animo, anche perché il tutto è avvenuto veramente in un lampo ed io se da un lato avevo capito dall’altro non volevo capire.
Chiamai subito mio fratello Roberto che si precipitò a casa, ma abitando dall’altra parte di Roma ci impiegò circa una mezz’ora per arrivare e chiamai pure il 118 ma l’ambulanza non sembrava arrivare mai. Decisi pertanto che comunque dovevo tentare di fare qualcosa, per cui mi misi a fare il massaggio cardiaco, la girai per farla vomitare, ma non uscì nulla, la gola era libera, quindi mi misi a farle la respirazione bocca a bocca, e li mi resi conto di una cosa: il senso della respirazione che aveva nel suo corpo era dato solo dall’aria che le mandavo io; mi resi conto che io abbracciavo il “corpo fisico” di Elisabetta ma la sua Anima non c’era più, era già volata in cielo e li mi ricordai delle parole della Bibbia “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere tornerai” (Gen 3,19).
Mi sono reso conto che il nostro involucro fisico è un vuoto a perdere, ciò che è immortale è l’Anima che è dentro ogni persona. È per questo che Elisabetta, e tutte le persone che si trovano nelle sue condizioni, si nutrono di AMORE. E quanto amore Elisabetta mi ha dato non potete nemmeno immaginarlo.
L’ESPERIENZA
Mi sono reso conto che solo chi vive a diretto contatto 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, può rendersi conto di quanto amore queste persone danno a chi le assiste. È un’esperienza unica.
Oggi quando vedo altre persone in stato vegetativo o in coma permanente, mi avvicino a loro con rispetto e non con l’indifferenza che avevo 25 anni fa.
Mi dispiace dirlo, ma i medici sono lontani da questi pazienti, a cui dedicano neanche 5 minuti di attenzione una tantum e si limitano a guardare solo i referti clinici. La mentalità che personalmente ho potuto constatare, ma di cui possono testimoniare tutte quelle persone che assistono pazienti che si trovano in queste condizioni, è che prima muoiono e meglio è. È atroce dirlo ma questa è la verità.
Questo perché appunto il mondo medico guarda alla persona solo sul piano “fisico”, “materiale” e non considera che in quel corpo umano, anche se immobile, c’è un’anima che vive e recepisce.
In tutti questi anni mi sono dovuto trasformare in infermiere e medico, tant’è che in 21 anni di malattia Elisabetta ha avuto solo due ricoveri ospedalieri: il primo, intorno agli anni ’90 per asportare tutti i denti che aveva poiché stava partendo un’infezione che avrebbe avuto gravi conseguenze, e l’altro a fine ottobre 2009 per una sospetta emorragia interna.
La sera del 24 ottobre 2008, Elisabetta “vomita”, ma non è un vomito di cibo ma è quello che poi i medici hanno classificato “sangue pesto”, cioè aveva avuto un’emorragia interna e quello che aveva espulso dalla bocca era il residuo di una vecchia emorragia. Ovviamente io lì per lì non sapevo che fare, anche perché osservavo Elisabetta e lei era tutta felice e io rimanevo indeciso sul che fare. Decisi quindi di chiamare la guardia medica e di chiedere una visita urgente. La dottoressa che mi ha risposto al telefono ha capito immediatamente di che si trattava e questa diagnosi è stata confermata sia quando è venuta a visitarla sia quando è stata portata in ospedale. Già, perché la guardia medica mi ha detto che bisognava portare Elisabetta in ospedale per poter fare i dovuti accertamenti che ovviamente non era possibile fare a casa. E lì a me sono venuti, come si suol dire, i capelli dritti, perché tutte le esperienze avute in precedenza sia con mio padre che altri familiari in situazioni analoghe erano state negative. Ma in questo caso non potevo fare diversamente. Quindi preparai Elisabetta, facendole prima l’igiene personale e quindi con il Rosario in mano ho chiamato la Croce Rossa, ben sapendo che avrei da quel momento iniziato un viaggio che non sapevo come sarebbe finito. Gli operatori dell’ambulanza avevano l’obbligo di portarci al CTO. Qui Elisabetta viene ricoverata al pronto soccorso e le viene messo un sondino che arriva nello stomaco che serve per far uscire sia tutto il liquido che poteva essersi accumulato, ma soprattutto per verificare se usciva sangue fresco (nel qual caso significava che c’era un’emorragia in atto).

SUOR M. RAFQA CON ELISABETTA E MARCELLO
Siamo arrivati in ospedale verso mezzanotte. Pian piano il Pronto Soccorso si è svuotato e verso l’una ero rimasto solo io. Ad un certo punto il medico mi chiama e posso visitare Elisabetta ed il medico mi tranquillizza facendomi osservare che tutto il sangue che sta uscendo è “vecchio”, quindi non c’è un’emorragia in corso, e questa è una prima buona notizia. Ben sapendo come funzionano gli ospedali oggi - sai da dove parti ma non sai in quale ospedale si andrà a concludere la vicenda - faccio la classica domanda se mia madre sarà ricoverata lì al CTO. Il medico mi dice che purtroppo non ci sono posti disponibili e pertanto sarebbe stata trasferita l’indomani nel primo ospedale che avrebbe dato disponibilità di un posto letto. Questo significa che la ricerca del posto letto viene fatta in un raggio di 100 km da Roma, quindi Elisabetta poteva finire anche a Latina o a Viterbo. Vi lascio immaginare tutte le problematiche connesse per i familiari per poter assistere un paziente a così grande distanza da casa.
Il medico mi invitava anche ad andare a casa a riposare, ormai erano le 2 del mattino, perché comunque se ci fosse stato un trasferimento sarebbe avvenuto nella mattinata.
Come tutti gli esseri umani, la mattina presto, il mio primo istinto è stato quello di cercare un “aiuto” da qualche amico che avesse qualche conoscenza al CTO per scongiurare il trasferimento di Elisabetta. Ma nessuno era però in grado di aiutarmi.
In quel momento, mi resi conto che stavo sbagliando e che l’aiuto io dovevo chiederlo alla cara Madre Celeste. Quindi iniziai a recitare un Rosario dietro l’altro. Verso mezzogiorno mio fratello Roberto, che era lì in ospedale, mi chiama dicendomi che forse cera una possibilità che fosse trattenuta al CTO.
Io da parte mia ho continuato a dire un Rosario dietro l’altro e verso le 16 mi reco in ospedale. Quando arrivo al pronto soccorso e cerco Elisabetta, il personale mi dice: “Guardi che l’abbiamo cercata per avvisarla, ma lei non c’era, perché sua madre veniva trasferita”. In quel momento ho tremato, e poi aggiunse “La trova su nel reparto di breve osservazione”, e qui esplode dentro di me la mia gioia. Corro a cercare questo reparto, è un piccolo reparto con una decina di posti letto, e quando salgo al primo piano e prendo il corridoio che mi porta al reparto, rimango di stucco: a sinistra c’è la Cappella e a destra c’è il reparto. Ma la sorpresa non finisce qui: quando entro nel reparto, scopro che Elisabetta occupa il letto n° 1 e dietro quella parete c’è la Cappella dell’ospedale. Lascio a voi immaginare cosa ho provato in quel momento.
Il giorno dopo, il 26 ottobre, mentre ero in attesa di poter entrare in reparto nell’orario di visita, e stavo recitando il Rosario, vedo avanzare un sacerdote e mi avvicino presentandomi e spiegando la situazione di Elisabetta. Ho così conosciuto Don Aurino, salesiano, uno dei due sacerdoti che prestano servizio al CTO. Lui mi tranquillizza e da quel momento ha preso a cuore Elisabetta, portandole i sacramenti. È nata una bellissima amicizia che perdura tutt’oggi.
Dopo quattro giorni ad Elisabetta viene tolto il sondino dallo stomaco e quindi si può riprendere l’alimentazione per bocca. Per un impegno di lavoro assunto in precedenza io mi ero dovuto recare a Genova per un solo giorno. Prendo accordi con i medici che sarebbe venuta Flora all’ora di pranzo a darle da mangiare. Quando Flora arriva però viene bloccata dalle infermiere che le dicono che non può dare da mangiare a Elisabetta. A quel punto mi telefona e piangendo mi dice ciò che è avvenuto. Allora chiamo mio fratello Roberto e gli spiego la situazione e anche come si deve dare da mangiare a nostra madre. Ha mangiato tranquillamente fino a quattro giorni prima, possibile che in così poco tempo avesse già dimenticato come mangiare? Non ci credevo. Roberto si reca quindi alle 18,00, che è l’ora in cui si deve dare la cena, in ospedale e quando arriva in reparto chiede se mia madre avesse mangiato. L’infermiera gli risponde che deve rimanere a digiuno perché la mattina dopo Elisabetta doveva fare la risonanza magnetica. Allora prende e va al reparto di radiologia dove i medici gli spiegano che mia madre può tranquillamente mangiare perché per quel tipo di esame non c’è bisogno di rimanere a digiuno, anzi i medici di radiologia chiamano il reparto di breve osservazione facendo presente la cosa al medico di turno. Mio fratello ritorna in reparto e a quel punto scopre che i medici del reparto di breve osservazione avevano richiesto la consulenza del chirurgo per far mettere il sondino naso-gastrico per l’alimentazione. Di fronte alle rimostranze di mio fratello, per non essere tra l’altro stati informati di questa decisione, scopre che all’origine di questa decisione vi era l’affermazione di alcuni infermieri che sostenevano che Elisabetta non era in grado di alimentarsi normalmente e che alimentandola per bocca potesse morire soffocata a causa del catarro presente in gola. Di fronte all’irremovibilità di mio fratello, il medico con tutti gli infermieri si recano da Elisabetta. Un infermiere, terrorizzato (mi dispiace dirlo ma era questo il suo stato d’animo), con un cucchiaio mette in bocca del purè di patate e con grande meraviglia di tutto il personale medico, Elisabetta deglutisce senza alcun problema non solo quel cucchiaio di purè ma bensì si mangia tutta la cena.
Di fronte a ciò, alcuni infermieri hanno fatto osservare che ci voleva molto tempo per farla mangiare e mio fratello ha fatto presente che noi a casa ci impieghiamo 1-1,5 ore per farla mangiare, al che la risposta è stata che in un ospedale il personale non può dedicare tutto questo tempo per alimentare un paziente (e qui si comprende perché si preferisce alimentare un paziente con il sondino naso-gastrico, mettergli il catetere e le flebo, così tutti i problemi vengono risolti, sì ma dal punto di vista del personale non certo della persona).
A quel punto ovviamente gli stessi medici hanno annullato la decisione dell’ipotesi del sondino naso-gastrico. Mentre tutto questo si svolgeva a Roma, io ero a Genova e tra l’altro, a causa del brutto tempo - per le forti mareggiate c’erano i pesci sulla pista - l’aeroporto era stato riaperto solo nel primo pomeriggio, quindi tutti i voli erano in ritardo. E anche qui io, non sapendo cosa avvenisse in quel momento in ospedale a Roma, non facevo che recitare un Rosario dietro l’altro. Solo alla sera alle 22,00 quando sono atterrato a Fiumicino ho appreso ciò che era avvenuto in ospedale. Il giorno dopo mi presento con Flora e su disposizione dei medici, abbiamo potuto dare noi da mangiare a Elisabetta, che ha sempre mangiato tutto non lasciando nulla.
Erano ormai circa sei giorni che Elisabetta era ricoverata, gli accertamenti che dovevano essere fatti erano stati fatti, compresi che era giunto il momento di riportarla a casa, dove sinceramente mi ero reso conto che la gestivamo molto meglio che in ospedale (per esempio a casa ogni mattina faceva la doccia, in ospedale neanche una volta, a casa veniva girata sul letto per evitare l’insorgere delle piaghe di decubito, in ospedale è stata sempre nella stessa posizione, tanto per fare qualche esempio).
Quindi, senza consultarmi con l’Ospedale, chiamo la Croce Rossa e concordiamo che il 1 novembre alle ore 13 sarebbero venuta a prenderla. A quel punto dovevo comunicare la mia decisione ai medici del reparto. Dopo aver detto tutte le mie preghiere a casa e con il Rosario sempre in mano, mi reco in ospedale, preparandomi ad una accesa discussione, poiché dovevo far dimettere mia madre sotto la mia responsabilità.
Facendo appello a tutte le mie forze, tutto d’un fiato comunico al medico di turno la mia decisione, e alla sua reazione rimango senza parole. Non solo non crea alcun ostacolo per le dimissioni, ma personalmente si prende cura affinché il tutto avvenga nella massima regolarità, e inoltre attiva quelle che vengono chiamate “dimissioni protette” per le quali ci vuole però l’avvallo dell’assistente sociale dell’ospedale.
Sinceramente, dentro di me rimango esterrefatto, senza parole, avevo l’impressione come se qualcuno avesse predisposto il tutto.
Guardo l’orologio e vedo che sono le 13,50; alle 14,00 l’assistente sociale mi informano che va via. Con il foglio precompilato dal medico del reparto mi precipito a cercare l’ufficio dell’assistente sociale, e mentre correvo dentro di me pensavo che mai ce l’avrei fatta, era ormai troppo tardi. Arrivo all’ufficio dell’assistenze sociale e trovo la porta aperta e mi riceve subito. Completa la documentazione e spedisce personalmente il tutto alle varie autorità competenti. Mentre ero lì, l’assistente sociale mi dice che era stata in ferie e che era rientrata proprio quella mattina. Quindi Elisabetta è uscita dal CTO sia con le dimissioni regolari dell’ospedale che quelle dell’assistente sociale. Quando ho raccontato il tutto a mio fratello Roberto non ci credeva, e mi ha raccontato che il giorno prima era andato lui stesso a cercare l’ufficio dell’assistente sociale senza però che nessuno gli sapesse indicare dove si trovava.
Quando sono tornato in reparto la dottoressa mi ha confidato che in realtà era già iniziata la ricerca per trasferire mia madre in una struttura di lungo degenza e mi ha rivelato che tutti i medici del reparto erano rimasti molto sorpresi dalla mia ferrea decisione di riportarmi Elisabetta a casa, perché tutti i pazienti che sono in condizioni simili a mia madre e che arrivano al reparto, i parenti non desiderano più riportarseli a casa e preferiscono sistemarli in una struttura protetta e che da quando lei lavorava lì in reparto io ero il primo caso che contravveniva a questa usanza. Mi ha anche detto che per qualunque problema, anche dopo le dimissioni, potevo contare sul suo aiuto.
Inutile dire che quando sono uscito quel pomeriggio dal CTO ero pieno di gioia sia perché Elisabetta tornava a casa ma soprattutto perché sapevo che tutto ciò era grazie all’intercessione della nostra cara Madre Celeste la Vergine Maria. Sì, compresi che avevo scelto bene a chi “raccomandarmi” per avere aiuto.
LA SORPRESA
Dopo il ricovero al CTO di Roma, decisi che volevo meglio comprendere lo stato di salute di mia madre, anche perché in realtà in tutti questi anni non ero mai riuscito a comprendere veramente lo stato delle cose.
Il problema era però quello di trovare un medico “umano” così come lo definisco io, che faccia il medico come vera vocazione, come missione, per curare gli ammalati. Dopo aver fatto un ampio giro di telefonate, mi fu consigliato un dottore con cui presi l’appuntamento e questi venne a casa mia e devo riconoscere che è stato veramente “umano”, il Dottor Gianfranco Di Paola. È stato a casa l’intero pomeriggio, che ha dedicato solo a Elisabetta. Dopo l’accurata visita, esaminò tutte le cartelle cliniche che nel corso di questi 21 anni Elisabetta aveva fatto.
Innanzitutto il medico mi fece i complimenti poiché dalle analisi del sangue emergeva che quelle non erano le analisi di una persona che era allettata da oltre 10 anni e da 21 anni complessivi di demenza senile, ma bensì corrispondevano a quelle di un ragazzo di 20 anni in buone condizioni di salute. Inoltre mi fece presente che generalmente un paziente con demenza senile, vive generalmente per 7-8 anni ma non per 21 anni.
Quindi mi disse che se Elisabetta viveva così a lungo era solo perché era tenuta molto bene.
Essendo allettata c’era ovviamente il fatto che il diaframma si era allentato, cosa normale in chi non si muove più, e un rischio in cui poteva incorrere era che si poteva creare un blocco intestinale. Ma la sorpresa più grande venne poi dall’esame delle TAC al cervello. Nella prima, che fu fatta nel giugno del 1993 al Policlinico Gemelli di Roma, si notavano delle piccole aree puntiformi in cui era iniziato il processo di degenerazione delle cellule cerebrali. A settembre del 1995 presso la clinica Paidea dalla TAC cerebrale emerge che questo processo si è ampliato, ma la sorpresa, viene dalla TAC cerebrale fatta a novembre 2008 presso il CTO da cui emerge che al posto del cervello c'è un “grande lago” riempito dal liquido amniotico. Quando il medico mi ha fatto notare ciò io sinceramente all’inizio non riuscivo a capire e quando ho visto le tre TAC allineate ed ho compreso la situazione, sono rimasto “senza parole”. Il cervello praticamente non c’era più, ma Elisabetta comunicava ed era presente.
Mia madre è stata sempre una persona della massima umiltà e come poteva cercava sempre di aiutare gli altri, facendolo sempre in silenzio. Tra i diversi episodi desidero ricordare questo: mi ricordo sempre che sin da piccolo avevo notato che nell’occhio destro c’era un piccolo puntino bianco e io chiedevo a mia madre cos’era quel puntino e lei mi diceva sempre che era una cataratta, che ci vedeva un po' meno ma non era un problema. La verità invece è venuta fuori quando nel 2003, poiché aveva una congiuntivite all’occhio, chiamai l’oculista, che dopo averla visitata mi disse che all’occhio destro era cieca. Ovviamente lì per lì rimasi senza parole, e allora feci presente all’oculista che probabilmente ciò era dovuto al decorso della malattia, ma l’oculista mi disse che il puntino bianco che aveva nell’occhio era un trauma e che lì era stata sempre cieca, probabilmente aveva avuto un trauma da piccola. Rimasi senza parole, perché mia madre mi disse sempre che ci vedeva. Chiesi notizie allora ai miei fratelli, e quando dissi loro che Elisabetta era cieca in un occhio, rimasero molto sorpresi e anche increduli, perché non avevano mai sospettato una cosa del genere.
Questa era mia madre Elisabetta, una persona di un’umiltà profonda, un’umiltà che ha conservato per tutta la sua vita, anche nella malattia.
Che questa testimonianza, si aggiunge a quella di tante altre, spero faccia comprendere che le persone che si trovano in questo stato sono “Vivi” e non morti. Sono ovviamente totalmente contrario all’eutanasia e a qualunque altra forma di soppressione della Vita. Devo però denunciare come le Istituzioni lascino praticamente a se stessi tutte quelle famiglie che decidono di curare il loro “malato” in casa che come è da tutti riconosciuto, è la cosa migliore.
Un ricovero in un qualunque ospedale o clinica, costa allo stato qualcosa come tra i €400,00 e gli €800,00 al giorno che equivalgono a circa tra i 12.000,00 e i 24.000,00 euro al mese!!! Una badante con contratto nazionale costa sui circa 16.000,00-18.000,00 euro all’anno. Quindi tra le forme di aiuto che lo stato potrebbe dare è quello di far detrarre interamente il costo della badante ed assicurare un vero servizio di assistenza domiciliare (in 15 anni dalla mia ASL non sono mai riuscito ad avere un fisioterapista). L’unico servizio che la mia ASL mi ha dato sono stati pannoloni e traverse e stop. I consigli medici, quelli veri, li ho avuti sempre tramite amici e persone che vivevano ho hanno vissuto esperienze come la mia e dalla Comunità di Sant’Egidio.
Quello che manca nella maggioranza della classe medica è l’AMORE verso i malati. Anzi posso affermare che generalmente negli ospedali desiderano solo i malati “sani”, scordandosi però che il ciclo della vita nessuno lo può prevedere e che un giorno, potrebbero essere loro stessi a trovarsi nelle stesse condizioni.
In merito a ciò desidero riportare una testimonianza di Madre Teresa:
Un giorno portarono alla Madre una donna raccolta per strada: lei la accolse con quella sua grande dolcezza, la curò e ripulì per ore; ma anche davanti alle materne attenzioni della madre dei poveri, la donna continuava a imprecare……
“Suora, ma perché fai così? Non tutti fanno come te, chi te l’ha insegnato?”
“Me l’ha insegnato il mio DIO”.
“Fammelo conoscere il tuo DIO”.
A questo punto Madre Teresa, abbracciandola, le donò l’ultima incantevole risposta: “Il mio DIO adesso tu lo conosci. Il mio DIO si chiama “Amore”.
DOPO LA PARTENZA
Concludendo, ho accennato precedentemente al fatto che proprio grazie ad Elisabetta ho ritrovato la fede che è venuta via via crescendo.
Ovviamente nessuno può prevedere quando Sorella Morte, come dice San Francesco, verrà a trovarci, è l’unico appuntamento della vita che nessuno può prendere o programmare, per cui nelle mie preghiere quotidiane rivolgevo la supplica alla cara Madre Celeste e a Nostro Signore Gesù Cristo, che quando quel momento fosse arrivato, Elisabetta si addormentasse dolcemente fra le braccia della Vergine Maria ed io di ricevere la forza per superare il distacco terreno. Precisavo che comunque per me non c’era alcuna fretta e che avrei sempre accudito Elisabetta finché DIO me lo avesse concesso.
Dopo che Elisabetta è volata nella Patria Celeste, io ovviamente ero un po’ sotto choc, mio fratello Roberto con mia cognata Isabella hanno preso in mano la situazione per organizzare il funerale ed hanno contatto un’agenzia per le onoranze funebri.
Dopo circa 2 ore si è presentato a casa l’addetto che è stato incaricato di sistemare la salma.
Ovviamente, era una cosa che volevo fare io, del resto erano anni che tutte le sere, quando ero a casa, che facevo l’igiene personale a Elisabetta, ma Roberto ha insistito perché ci pensasse l’agenzia funebre.
L’incaricato dell’agenzia era un ragazzo di circa 28 anni, e quando è arrivato io non l'ho lasciato un istante perché per me il corpo di mia madre era “sacro” e non volevo che fossero fatte cose non consone.
Il ragazzo come è entrato nella stanza ha iniziato ad osservare mia madre e poi mi dice “vedo che sua madre porta la croce di San Benedetto, lo Scapolare della Madonna del Carmelo e la Medaglia Miracolosa”.
Una Croce tutti la conoscono, ma i tre oggetti sacri che mia madre portava al collo e per di più sotto il vestito, se uno non ha fatto un profondo percorso di fede non li conosce.
A questa osservazione io sono balzato dalla sedia e gli ho chiesto: “Scusi ma lei come fa a conoscerli?” - "Semplice", mi ha risposto lui, “perché li porto pure io al collo, ed inoltre sono un volontario di Radio Maria”.
A sentire ciò una grande pace è entrata nel mio cuore e anche una grande meraviglia perché ho capito il messaggio che mi arrivava direttamente dal Cielo: “Stai tranquillo e sereno Marcello, tutte le tue preghiere sono state esaudite, non aver paura”.
Non erano neanche trascorse due ore che Elisabetta era volata in Cielo e già la Misericordia di DIO si è presentata nella mia casa.
Quella notte ovviamente non sono riuscito a dormire per niente, sebbene mi dicessi “Dài devi dormire un poco, domani sarà una giornata intensa”, ma io l'ho passata vicino ad Elisabetta pregando tutta la notte e ringraziando DIO della sua grande Misericordia.
Quando poi all’aeroporto di Fiumicino, mentre eravamo in attesa per imbarcarci per il pellegrinaggio in Terra Santa, a fine marzo 2009, guidato dai Frati Francescani dell’Immacolata, Padre Stefano Manelli arrivando mi vede e viene verso di me e salutandomi mi dice “gioisci, gioisci”, ho compreso il messaggio, Elisabetta è in Paradiso, la notizia più bella che potevo ricevere.

PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA
Vorrei concludere, facendo notare come solo circa un mese prima della sua morte, io mi sono reso conto delle sue reali condizioni di salute.
RINGRAZIAMENTI
In tutti questi anni, io ho cercato di fare il meglio per assisterla e devo qui ringraziare la Comunità di Sant’Egidio della Garbatella, ed in particolare Marco Peroni, perché ogni estate, grazie al loro aiuto, potevo portare per una settimana in vacanza Elisabetta. Era ovviamente una sorta di trasloco, perché dovevamo essere in quattro persone per far scendere la sedia a rotelle per le scale, e ci volevano due auto, poiché dovevamo portarci appresso tutto (sollevatore, materassino antidecubito, pannoloni, traverse, frullatore, ecc.).

ELISABETTA E NICOLA IN UN INCONTRO DELLA COMUNITÀ DI S. EGIDIO
Quando Marco mi propose di portare in vacanza Elisabetta con la Comunità, ero molto titubante per le ovvie difficoltà, che però sono sempre state brillantemente superate grazie alla generosa disponibilità di tutte le persone della Comunità. Era l’unica settimana dell’anno in cui Elisabetta usciva di casa e io ci tenevo moltissimo. Il fatto di trovarsi in compagnia con tutta la Comunità, sebbene come ho spiegato non poteva comunicare normalmente, la riempiva di gioia e questo lo manifestava pienamente quando la riportavamo a casa. Quando per esempio partecipava alla S. Messa, Elisabetta cercava di cantare manifestando la propria gioia per trovarsi li. Anche qui le istituzioni sono completamente assenti, se non fosse stato per il buon cuore e al volontariato delle persone della Comunità di Sant’Egidio, non avrei mai potuto portare Elisabetta in vacanza. Inoltre quando Elisabetta ancora camminava, ogni domenica Marco veniva a prendere i miei genitori (fino a quando anche il mio papà Nicola era in vita) per portarli alla S. Messa. Una generosità che non potrò mai dimenticare.

MARCO PERONI ED ELISABETTA
Quando si vive una situazione simile alla mia, purtroppo quello che avviene è che in un certo senso tutti ti evitano. Non così la mia vicina di casa, la Signora Iannuccillo, grande amica di mamma, che veniva sempre a trovarla e anzi si sedeva in camera e si metteva a parlare come sempre aveva fatto sin dal 1963 quando si sono conosciute.
Devo ringraziare gli amici del movimento dei Focolari di Roma Est, per essermi stati sempre vicini.
Un grazie infinito a tutti i sacerdoti della Parrocchia di Santa Galla per non aver mai fatto mancare l’assistenza spirituale a Elisabetta.

DON CONCETTO
LA PREGHIERA
Nel mio cammino di riavvicinamento alla fede, ho cercato di comprendere sempre di più il senso della preghiera e della S. Messa. Ho iniziato così a leggere la biografia di alcuni Santi (S. Francesco di Assisi, Santa Chiara, Sant’Antonio da Padova, Santa Rita da Cascia, Santa Rafqa, solo per citarne alcuni), scoprendo così che “Quanto più un’anima è gradita a Dio tanto più dovrà essere provata” come scrive Padre Pio e “Perciò coraggio e avanti sempre”.
Così ho iniziato a scoprire, che per diventare Santi il cammino è molto arduo e pieno di dure prove da superare, mentre l’immagine che io avevo - ma che molti hanno - è che si crede che i Santi abbiano fatto una vita in un certo senso “comoda”. Così per esempio gli ecologisti ricordano San Francesco di Assisi per il suo profondo amore per la natura e gli animali, ma si scordano però di ricordare che faceva 4 quaresime all’anno e una vita nella massima povertà ed estremamente dura e tutto ciò per amore di Dio.
Ho iniziato anche a documentarmi sulle esperienze di persone che si trovavano nelle condizioni simili a mia madre, tra le molte testimonianze che ho letto qui cito solo alcuni libri in merito: “Con gli occhi sbarrati” di Salvatore Crisafulli e “Un giorno di dicembre” di Gianluca Sciortino, nonché a documentarmi in campo medico, scoprendo così che molto spesso le persone che sono in apparente stato di coma vegetativo, per cui i medici affermano che non sono in grado di comprendere e percepire nulla e che tutte le loro eventuali reazioni a delle sollecitazioni (tipo aprire gli occhi, muovere un dito, ecc.) sono tutti gesti involontari e casuali da non potersi collegare ad una capacità percettiva della persona.
Ho invece scoperto che è vero esattamente il contrario, e la verità è che l’attuale medicina, poiché per la scienza medica ufficiale “l’anima” non esiste, basandosi per le loro diagnosi solo sui risultati delle analisi, una persona in stato vegetativo è semplicemente un vegetale e provano misera commiserazione nei confronti di quei familiari che invece si ostinano, giustamente, a “comunicare” con il loro caro.
Mentre sto scrivendo questa mia testimonianza, ho una carissima zia di 91 anni, che è ricoverata in ospedale da oltre 1 mese e a cui i medici di quel reparto non hanno fatto alcun tipo di analisi perché oggi la mentalità che vige è che quando una persona ha superato i 65 anni non ha più diritto ad essere curata perché è un costo per la società. Così dobbiamo assistere impotenti alla sua lunga agonia senza sapere se in realtà si può fare qualcosa. I medici fanno finta di passare per le visite, ma in realtà tutti gli anziani che finiscono in quel reparto al di là di qualche flebo, li lasciano a se stessi in attesa che sorella morte se li porti via. E questo è un copione a cui personalmente ho assistito anche per mio padre e che si ripete ogni giorno in molte strutture sanitarie in tutto il mondo.
Personalmente non sono per l’accanimento terapeutico, così quando il cardiologo che visitò Elisabetta mi disse che il battito del cuore era sì nei valori normali ma al minimo, mi disse “ci sono due soluzioni o lasciamo fare a DIO oppure si potrebbe operarla e farle impiantare un pacemaker”. Io ho guardato il cardiologo e gli ho risposto che fare entrare mia madre in sala operatoria in quelle condizioni non ci pensavo nemmeno e che sarà il buon DIO a decidere quando Elisabetta doveva interrompere la sua vita terrena. Il cardiologo concordò con me e mi ha detto che anche lui avrebbe fatto la stessa scelta.
Ovviamente, come ho già spiegato in precedenza, io ho sempre cercato di fare fino all’ultimo giorno, tutto quello che potevo fare per far star bene Elisabetta, e avrei fatto anche molto di più se la mia piccola economia me lo avesse permesso.
Ma arrivare a non intervenire assolutamente per aiutare una persona malata, indipendentemente dall’età, arrivare a non fare neanche una diagnosi perché così si risparmia sui costi, beh questo è veramente qualcosa di vergognoso ed è una cultura di morte i cui principi poi si riflettono negativamente su tutti gli altri aspetti della vita. Ovviamente non è che in tutti gli ospedali ci sia questa cultura di morte, però la verità è che è ampiamente diffusa.
Se pensiamo che tutti gli ospedali sono stati fondati da sacerdoti che sono poi diventati dei grandi Santi, vederli come funzionano oggi, e con la cultura del malato, che viene visto come un pollo da spennare economicamente, specie da quando è stata introdotta l’intramoenia nelle strutture sanitarie pubbliche, beh c'è veramente da riflettere.
Ritornando alla mia ricerca spirituale, ho compreso che l’aiuto dovevo richiederlo a DIO, e che il mezzo era la preghiera e la partecipazione attiva a tutti i precetti della Chiesa.
Ho quindi iniziato a leggere libri sul tema al fine di approfondire e comprenderne sempre di più il significato di ognuno di loro, al fine di poterli esercitare più conformemente possibile.
Ho compreso in questo mio cammino spirituale che con la preghiera DIO ascolta la richiesta di aiuto ma non toglie le difficoltà della vita, però ci dà la forza per superarle.
In questo mio cammino ho incontrato persone che vivevano la mia stessa situazione ed erano profondamente disperate. Non solo perché erano lasciate sole ad affrontare di assistere la persona cara malata ma addirittura con l’accusa da parte dei parenti che quell’opera veniva svolta solo per “interesse”. Al che ho raccontato la mia esperienza e come io agivo, e anche loro poi hanno seguito il mio esempio e nel tempo hanno conosciuto e toccato con mano la Grande Misericordia di DIO.
Ho compreso in questo mio cammino spirituale, che la “grande disgrazia” che mi era toccata, era invece una grande opportunità che DIO mi dava ed una prova da superare. Ho compreso che avevo un “Angelo” da accudire e che tutto quello che facevo ad Elisabetta era come se avessi “Gesù” su quel letto.
Quelle persone che invece, vivendo queste situazioni, rimangono lontane dalla fede, cadono spesso in depressione e pensano che la soluzione migliore sia che la persona prima muore meglio è.
Ma tutti diventiamo anziani, e quando arriverà il nostro turno e nessuno ci vorrà assistere allora amaramente si comprenderà il grave sbaglio fatto in precedenza.
Quando le persone apprendevano che io vivevo con mia madre Alzheimer, avevano subito pietà di me per la “disgrazia” che mi era toccata”. Rimanevano però poi sconcertate dalle mie risposte e dalla mia serenità e non sapevano più che cosa rispondermi.
Il fatto è che l’uomo si considera “IMMORTALE”, eterno, lo porta a chiudersi nel proprio egoismo, a valutare solo i beni materiali, scordandosi però che sì sappiamo quando uno nasce, possiamo prevedere la data della prima comunione e della cresima, possiamo programmare una festa, possiamo stabilire la data del matrimonio, ma cè un appuntamento che nessun uomo può stabilire “la morte”.
Nessuna persona può prevedere neanche cosa può succedere ogni istante della nostra vita. Anche la vita più felice, può cambiare improvvisamente anche in maniera molto drastica.
Quante volte vedo le persone che si ritrovano improvvisamente ad affrontare situazioni pesanti, reagiscono unicamente bestemmiando ed offendendo il Signore.
Desidero concludere questa mia testimonianza con le parole della Venerabile Maria D’Agreda che possiamo leggere nella “mistica Città di Dio”:
“Stoltezza dell’uomo che invano cerca di soddisfare la sua sete di felicità nelle cose terrene e passeggere, e trascura la fonte della grazia! Ma, chi saprà vincere in sé il demonio, il mondo e la propria carne, possiederà, senza timore che gli vengano tolte, queste cose (la grazia in terra e la gloria in cielo).”
Coloro che però affrontano anche un cammino, anche duro e doloroso, con la forza della Fede, DIO non li abbandona mai, anche se a noi, poveri esseri mortali, può risultare oscuro il significato di ciò. O meglio la risposta la si trova nel Salmo 40, Preghiera di un malato, che qui riporto fedelmente con il commento del biblista:
Uno di voi mi tradirà, uno che mangia con me (cfr Mc 14, 18)
Beato l’uomo che ha cura del debole,
nel giorno della sventura il Signore lo libera.
Veglierà su di lui il Signore,
lo farà vivere beato sulla terra,
non lo abbandonerà alle brame dei nemici.
Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore;
gli darai sollievo nella sua malattia.
Io ho detto: “Pietà di me, Signore;
risanami, contro di te ho peccato”.
I nemici mi augurano il male:
“Quando morirà e perirà il suo nome?”.
Chi viene a visitarmi dice il falso,
il suo cuore accumula malizia
e uscito fuori sparla.
Contro di me sussurrano insieme i miei nemici,
contro di me pensano il male:
“Un morbo maligno su di lui si è abbattuto,
da dove si è steso non potrà rialzarsi”.
Anche l’amico in cui confidavo,
anche lui, che mangiava il mio pane,
alza contro di me il suo calcagno.
Ma tu, Signore, abbi pietà e sollevami,
che io li possa ripagare.
Da questo saprò che tu mi ami
se non trionfa su di me il mio nemico;
per la mia integrità tu mi sostieni,
mi fai stare alla tua presenza per sempre.
Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele,
da sempre e per sempre. Amen, amen.
L’orante, gravemente infermo, dichiara subito quanto sia grande l’opera di carità verso un infermo: “Beato l’uomo che ha cura del debole”. Il pietoso soccorritore sarà aiutato in tutto da Dio e quando sarà anche lui ammalato e sofferente avrà sollievo dal Signore.
La preghiera non può innalzarsi a Dio omettendo il riconoscimento delle proprie colpe, così l’orante le presenta umilmente a Dio, mentre invoca di riavere la salute.
La situazione dell'orante è drammatica poiché i suoi nemici, vedendolo in grave situazione, si sentono forti su di lui e non vedono l’ora che muoia e si dissolva il ricordo di lui: “Quando morirà e perirà il suo nome?”.
Alcuni lo vanno a trovare, ma non per dargli sollievo, bensì per vedere la sua disgrazia. Essi dicono parole di convenienza; false perché vi è assente il cuore. Anzi nel loro cuore accumulano malizia, migliorando la capacità di finzione. Poi uscendo fuori sparlano, si abbandonano alla diffamazione. Il salmista guarda ad una persona in particolare, poiché procede usando il singolare.
I suoi nemici hanno stabilito un’intesa d’odio contro di lui: “Contro di me sussurrano insieme i miei nemici”.
È anche tradito dall’amico più caro, dal quale sperava conforto: “Anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno”. Alzare il calcagno su di un uomo era il segno del vincitore sul vinto.
L’oltremodo sofferente, tuttavia, non cade nella disperazione, ed esprime la sua fiducia in Dio, la sua preghiera di essere guarito. Nella sua guarigione starà la vittoria contro quelli che ora si attendano che cada nella disperazione e da questa sia sbranato. In questo lui li ripagherà: “Abbi pietà e sollevami, che io li possa ripagare”.
Il sofferente si dichiara colpevole davanti a Dio di peccati del passato, ma ora è integro e avverte bene il soccorso di Dio, che non lo fa cadere nella disperazione: “Per la mia integrità tu mi sostieni”. Egli non è un rigettato da Dio, poiché, aiutato da Dio, può stare alla sua presenza, e questo sarà per sempre, fino al sempre eterno del cielo.
Il salmista termina il suo canto con un’esclamazione di lode a Dio fedele alla sua alleanza da sempre e per sempre: “Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre”.
Elisabetta riposa insieme a Nicola nel padiglione San Marco del cimitero di Tortoreto (TE)
GRAZIE MAMMA PER I TUOI 21 ANNI DI AMORE, TUO FIGLIO MARCELLO

MARCELLO CON PADRE STEFANO M. MANELLI
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