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Intervista di Fabrizio Cannone a Mons. Nicola Bux
Di Admin (del 20/08/2010 @ 15:46:46, in Attualitą, linkato 3507 volte)

Mons. Nicola Bux, sacerdote dell'arcidiocesi di Bari, è un importante teologo e liturgista italiano. Docente presso varie Università, collabora con la Congregazione per la Dottrina della Fede e con la Congregazione per le Cause dei Santi. Di sensibilità assai vicina al Sommo Pontefice, ha all'attivo una vasta produzione di teologia liturgica di cui ci piace ricordare: Il Signore dei misteri. Eucaristia e relativismo (2005) e La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione (2008), tradotto in varie lingue.
Il suo ultimo testo è una splendida ricerca sull'ambiente storico e culturale in cui visse e operò Nostro Signore Gesù Cristo. Il libretto, corredato di un significativo apparato iconografico, offre una ricostruzione piana e meditata, sulla base della patristica e della Tradizione, dei fatti salienti della Redenzione. Esso contiene un implicito superamento del metodo storico-critico e pertanto è uno studio da diffondere e da promuovere largamente: Gesù il Salvatore. Luoghi e tempi della sua venuta nella storia (Cantagalli, 2009). Da qualche mese conduce un'interessante rubrica liturgica mensile dai microfoni di Radio Maria e collabora con il mensile apologetico Il Timone.

Mons. Bux.Lei si è molto interessato di liturgia in questi anni. Che rapporto c'è tra liturgia e fede, e quindi tra liturgia e perdita della fede?
La fede vuol dire certo credere che Dio esiste, ma per il cristiano significa di più: riconoscere che Dio è entrato nella storia del mondo, si è fatto carne, come dice san Giovanni. Il Figlio di Dio, il Logos-Verbo, si è fatto uomo e cominciò ad abitare tra noi.
Questa è la fede che si confessa a partire dal battesimo, cioè la condizione per ricevere da Dio l'adozione a figli, poiché nasciamo nel mondo orfani del Padre a motivo del peccato d'origine. Come Teseo del mito greco, abbiamo perso il padre a motivo della superbia di ritenerci noi dio. Ora, Dio Padre nella sua misericordia, grazie all'amore del Figlio che ha obbedito fino al sacrificio estremo, ci fa rinascere, viene incontro a noi nel sacramento. Così la nostra fede diventa preghiera. Si dice lex orandi - lex credendi.
Prospero d'Aquitania, discepolo di sant'Agostino, afferma la necessita di celebrare uniformiter i sacramenti trasmessi dalla tradizione apostolica in tutto il mondo e in ogni Chiesa cattolica ut legem credendi lex statuat supplicandi: cioè è la norma della sacra liturgia che deve determinare la regula fidei.
Ma il principio è più antico: si può ritrovare in sant'Ireneo, che rimproverava gli gnostici di celebrare l'Eucaristia senza credere nella salvezza dell'uomo intero, carne, anima e spirito. Ma sant'Agostino inverte pure il binomio in lex credendi - lex orandi: ossia la retta fede deve precedere la "giusta" liturgia, celebrata come Dio ha stabilito sin dall'Antico Testamento e istituita da Gesù e dagli Apostoli.
Il venerabile Papa Pio XII nella celebre enciclica Mediator Dei lo ripropone con chiarezza. Perciò la liturgia non può essere inventata da nessuno anche se sacerdote: lo dice il Concilio Vaticano II nella Costituzione apposita al n 22, § 3. Ecco dato il rapporto tra liturgia e fede.
Dunque, quando si perde la fede o la si sottomette al relativismo teologico, la liturgia diventa idolatria, letteralmente: culto reso alla nostra immagine divinizzata, prodotto delle nostre mani, così contribuendo disgraziatamente alla perdita della fede.
Quanti non vengono più in chiesa perchè non sopportano liturgie espressioni della cosiddetta creatività di preti e gruppi di laici, mentre vorrebbero, e ne avrebbero il diritto, partecipare alla liturgia cattolica, ove il sacerdote celebrante e i laici siano ministri, appunto servitori del culto divino!

In che cosa la Riforma liturgica messa in atto dopo il Concilio, soprattutto con il Novus Ordo Missae, è stata più carente e dove sarebbe più urgente ipotizzare una "riforma della riforma"?
La Costituzione liturgica al n. 23 stabilisce che le forme liturgiche scaturiscano organicamente da quelle già esistenti. Vede cioè la liturgia come un corpo, un organismo che si sviluppa appunto organicamente e non che si trasforma in un altro; segue pertanto una crescita graduale perché così è la vita: Natura non facit saltus.
È successo invece che la riforma liturgia post-conciliare - quindi non quella secondo la mens dei padri del Vaticano II ma secondo le teorie degli esperti, come ha detto a suo tempo Joseph Ratzinger - si è lasciata andare qui e là a radicali innovazioni: si pensi al calendario dei santi, al mutamento dell'orientamento del sacerdote nella preghiera eucaristica, presentato per il passato come "di spalle al popolo" - andatelo a dire agli ebrei, ai musulmani, ai cristiani orientali che dalle origini ad oggi pregano versus Deum, ad Orientem, donde viene e verrà "un Sole a visitarci dall' alto", il Signore che viene nella sua Chiesa a salvare e a giudicare il mondo. E la tanto auspicata dimensione escatologica della liturgia.
Un ultimo esempio di difformità tra la mens della Costituzione conciliare e quella della riforma postconciliare: 1'art 34 della Costituzione liturgica auspica l'incremento dell'uso delle lingue parlate nella liturgia, specie i sacramenti, ma in nessun modo stabilisce la vernacolarizzazione della liturgia.
San Gregorio MagnoLa "riforma della riforma" è già nei fatti col Motu proprio Summorum Pontificum che incoraggia la celebrazione della "Messa di san Gregorio Magno" così va chiamata la cosiddetta Messa tridentina, perché la sua struttura risale in verità a lui.
La "riforma della riforma" è già negli studi che vanno sviluppandosi attraverso la critica costruttiva e argomentata sulle grandi unità liturgiche: Messa, Sacramenti, Liturgia Horarum, Calendario, Musica sacra, Arte sacra. La "riforma della riforma" è già nelle celebrazioni esemplari e veramente dignitose che si moltiplicano nel mondo, a cominciare da quelle pontificali del Santo Padre a Roma e nei viaggi apostolici: la croce al centro dell'altare, il posto primario al canto gregoriano e alla lingua latina, lingua sacra della Chiesa Cattolica latina e ora, nella società multiculturale, fattore di unità che attinge alle radici cristiane dell'Europa, la santa Comunione ricevuta sulla bocca e con un gesto di adorazione, come lo stare in ginocchio o inchinati profondamente, come fanno da sempre i cristiani orientali, tanto ammirati dagli ecumenisti.

Come mai la gran patte dei liturgisti contemporanei vede come fumo negli occhi il ritorno della messa detta tridentina e quindi del Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI?
Perchè son rimasti fermi a una idea di Chiesa "sessantottarda' , caricata sulle spalle dell'ora osannato Paolo VI. Sono in gran parte gli stessi che lo denigravano agli inizi degli anni Settanta, lo ricordo bene: studiavo teologia a Roma. Quanti attacchi a quel Papa!
Vorrebbero una Chiesa "discontinua" con tutta la tradizione precedente, salvo poi a giustificare a spada tratta operazioni archeologistiche compiute a corrente alternata: ad esempio, il giusto ripescaggio dell'oratio fidelium, la preghiera universale e l'affossamento dell'orientamento versus Dominum: eppure entrambi presenti nella descrizione dell'eucaristia a Roma fatta da san Giustino nel 150.
Perché si è recuperato il primo e obliterato il secondo? Si voleva esaltare l'assemblea, compiere la "svolta antropologica"? Ne ha fatto le spese non il Protagonista della liturgia, nostro Signore, ma i fedeli che hanno smarrito il Mistero della Presenza vera, reale e sostanziale.
Molti cristiani oggi non credono alla presenza di Cristo nell'Eucaristia: vi ha contribuito in modo determinante il decentramento del tabernacolo. Ciò che non è più al centro, psicologicamente è ritenuto non essenziale. Il resto è conseguenza.

La crisi di fede e quella morale procedono assieme e non sembrano affatto arrestarsi, anzi. Quale strada sarebbe percorribile per "restaurare" anche lentamente la dogmatica tradizionale tra i fedeli, e dunque prima di tutto nei seminari e nel clero?
Bisogna che i sacerdoti e i fedeli laici consapevoli della fede mettano in pratica quanto dice il santo Padre all'inizio della prima enciclica Deus caritas est: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione positiva». Quindi, bisogna che i sacerdoti in primis conducano a Cristo con le loro opere apostoliche appunto; anche le opere sociali devono servire a convertire al Signore, non limitarsi a dare il pane materiale ma il pane di vita eterna.
Un sacerdote non è un assistente sociale ma un ministro che parla di Dio all'uomo che lo cerca e glielo fa incontrare con la parola e soprattutto il sacramento. A questo serve il Catechismo: bisogna fare catechismo tramite quello strumento straordinario che è il Catechismo della Chiesa Cattolica o il suo Compendio. E finirà la confusione dottrinale.
Specialmente nella sacra liturgia il Signore è presente nella sua Chiesa fino alla fine del mondo: qui è il segreto della rinascita morale. Per questo, come già aveva fatto il Concilio Vaticano II, il santo Padre è ripartito dalla liturgia celebrata nel rispetto del diritto del Signore ad essere adorato come Egli vuole e ha stabilito nelle Scritture e del diritto dei fedeli a ricevere la liturgia della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica e non creata da un gruppo particolare. Il ristabilimento dello Ius divinum nella liturgia è la condizione per l'osservanza della legge di Dio nella vita morale.

Il suo ultimo libro sulla figura di Gesù appare come un ritorno ai fondamenti della fede. Nel marasma generale Lei sembra dire: ripartiamo dall'essenziale, Cristo Signore. È così?
Il cristianesimo non è una filosofia, anche se la genera; non è una cultura, anche se la formula, non è una dottrina, anche se la configura, non è una morale, anche se la produce. Il cristianesimo non è nemmeno la religione del Libro anche se ne ha uno stupendo: il Vangelo.
La nostra religione è Gesù Cristo, la sua Persona e tutto ciò che viene da lui. Lo ricorda un grande pensatore russo del Novecento, Vladimir Solov'ev. Se non si riparte sempre da Gesù non accade quell'unico fatto che può cambiare l'uomo e il mondo e che produce nello stesso tempo una grande festa in cielo: la conversione del peccatore.
La Chiesa esiste nel mondo per parlare di Dio all'uomo e facilitargli la via per andare a Lui. Malgrado la Chiesa sia condizionata dai demeriti dei suoi membri peccatori, in verità è controbilanciata dai meriti di un'enorme schiera di santi. La Chiesa si rivela perciò indefettibile in quanto comunione dei santi.

Apparso sul numero 57 di Radici Cristiane, settembre 2010

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