Addolorata Santuario
 
 
 - Antefatto
 - racconto del primo prodigio
 - Don Giovanni Sorbellini
 - Testimonianza di Padre Stefano Ignudi
 - Testimonianza di Mademoiselle Anne de Questa
 - Narrazione di una guarigione
 - Epilogo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
TESTIMONIANZA LASCIATA DA PADRE STEFANO IGNUDI
 

Storia del prodigio della Madonna Addolorata di Campocavallo

“Trovandomi in Loreto per la solenne chiusura del mese di maggio in quest’anno (1895) delle feste per il VI Centenario della Santa Casa, ho voluto fare una devota visita alla miracolosa Madonna di Campocavallo… Trattenutomi un poco col custode del Santuario e procuratemi delle immagini, dei libretti e delle medaglie della cara Madre Addolorata, ritornai in Chiesa a prendere commiato da Maria. Inginocchiatomi presso l’altare guardai gli occhi della Madonna recitando, con tutto quel fervore di cui ero capace, sette Ave Maria ad onore dei suoi sette dolori. La Vergine santa cominciò allora a muovere gli occhi ora in senso orizzontale, ora alzandoli al cielo, ora guardando me. Il bianco dell’occhio appariva e spariva, e tutto l’occhio si moveva con una lucentezza e vivacità come di persona vivente, mentre quando non si muove è morto come quello di una stampa. Non mi potevo ingannare. Non poteva essere quello un gioco di luce, essendo tale la posizione mia rispetto al quadro, da conoscer benissimo non esservi alcun abbaglio. Di più: avendo provato a guardar fisso altre facce d’immagini diverse in oleografia o in fotografia mi parevano a volte, per lavoro di fantasia o scherzo ottico di scorgere quasi alcun piccolo movimento d’occhi nella figura, però ero certo che quello non era che un’apparenza, conoscevo che mi pareva ma non era, a quella maniera che ogni persona di questo mondo sa conoscere ciò che è stato sogno da ciò che fu realtà. So invece che là dinanzi al quadro di Campocavallo non mi pareva, ma era: so che non lavoravo di fantasia, ma di umile e semplice devozione; so che l’avvenimento di quegli occhi celestiali nell’immagine della Madre di Dio, quel brillamento del bianco a guisa di perla, quell’apparire e scomparire del medesimo, quella naturalezza di mosse non procedono quando si guarda fisso un’immagine e pare di vedere che l’occhio si agiti… Io stavo coll’anima inchiodata a fissar quello spettacolo; volevo dirne ad alcune persone vicine, ma poi tacqui e continuavo a guardar la Santa Vergine. Mi venne allora dal cuore un interno grido: “Maria fatemi conoscere in qualche modo se Gesù mi ama!” E intendevo dire in questo senso, di sapere cioè se ero in grazia di Dio. Non so quanto la domanda fosse discreta, ma la Santa Vergine ripose al mio gemito per contentarmi, e la sua fisionomia di Addolorata si cambiò in quella di Mater amabilissima. Mi pareva di pregustare Paradiso. Non so dir altro… Ma come sono fatti i poveri uomini! Dagli affetti d’amore, d’umiltà, di proponimenti mi ritrovai a poco a poco in quelli della curiosità; mi rizzai in piedi (che stavo in ginocchio) e continuai a intender lo sguardo nel quadro per vedere come fosse la cosa. Gli occhi della Vergine Santa allora non si mossero più: li teneva come sono nell’immagine stampata, rivolti pietosamente al cielo, e senza vita. Continuai ad osservare aspettando, ma nulla; gli occhi della Madonna stavano fermi, stampati. Dovevo andarmene, ma l’andarmene così m’era una pena. Rianimai i miei sentimenti di fede, d’amore, d’umiltà e di pentimento, e cominciai a recitare sette Ave Maria ai dolori della Madonna, accompagnandole colla preghiera del cuore: “Maria ancora uno sguardo! Illos tuos misericordes oculos ad nos converte!” Allora la Vergine abbassò gli occhi ancora una volta e mi guardò; poi non vidi più alcun movimento, né più richiesi: bastava. Le lasciai il cuore e partii.

 
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