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23/05/2013 @ 21.55.15
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Elisabetta significa “DIO ha giurato” oppure “DIO è perfezione”
PROLOGO
Ricordo perfettamente, a distanza di oltre 21 anni, quella mattina di sabato 30 gennaio 1988, quando tutto iniziò.
All’epoca io avevo 25 anni e studiavo Scienze Forestali presso l’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. Vivevo pertanto in quella città e rientravo a volte, a casa, per il fine settimana.
Quel giorno io dovevo essere a Viterbo ma, oggi non ricordo le ragioni, ero sceso a Roma e quella mattina, dopo essermi svegliato, verso le 8,00 ero andato in cucina a fare colazione e qui come sempre c’era la mia dolce cara Mamma Elisabetta, con cui mi sono messo a parlare (nulla lasciava aimè presagire ciò che di li ha poco si sarebbe verificato). Poi è arrivato anche il mio carissimo papà Nicola e poiché doveva fare un po’ di spesa, io l’ho accompagnato con la macchina.
Siamo rientrati a casa verso le 11,00 e mia madre riuscì a malapena ad aprire la porta e a dirmi che non capiva più nulla. Corse in sala da pranzo si stese sul mio letto e da li non si rialzò più.
Ometto per brevità di entrare nei dettagli di ciò che successe in quella tragica giornata che si concluse alle ore 18,00 circa con il ricovero d’urgenza in sala di rianimazione all’Ospedale Fatebenefratelli all’Isola Tiberina di Roma.
Dopo circa 24 ore di prognosi riservata, Elisabetta si risvegliò ma da quel momento però perse la sua autonomia nel senso che non ricordava bene le cose, anche se camminava e mangiava da sola.
Se usciva di casa, si perdeva e bisognava correre a cercarla. Così come nell’igiene personale bisognava aiutarla.
Nel corso degli anni, lentamente, molto lentamente, le sue cellule cerebrali si andavano spegnendo e di conseguenza anche le sue facoltà.
LE ORIGINI
Elisabetta Idone - Lo Sterzo è nata il 22 giugno del 1925, in un piccolo paese che sorge alle falde dell’Aspromonte in Calabria, San Procopio. Ha avuto un infanzia vissuta nella massima povertà e semplicità ma sempre circondata dall’amore delle sorelle Anna e Mimma e dei genitori. La famiglia viveva di piccoli lavori di campagna e ricordo mia madre quando mi raccontava della sua gioventù, dove l’alimentazione era molto povera e si basava su minestre di verdure, generalmente sempre fagiolini e patate, e solo in occasione del Natale e della Pasqua, mangiavano un po’ di carne e il regalo era una stecca di fichi secchi che trovava sotto il cuscino.
Camminava senza scarpe, perché la sua famiglia non era in grado di poterle comprare e ha frequentato solo la prima e la seconda elementare, perché i suoi genitori non potevano permettersi di comprargli i libri per la scuola anche se era molto brava.
La casa natale era fatta di lamiere e legno (ed ancor oggi ve ne sono di abitate in paese con queste caratteristiche) e il bagno era un foro su una specie di balcone.
Era una vita estremamente semplice e povera, ma mai Elisabetta ha rimpianto quell’infanzia.
Spesso, quando eravamo da soli a casa, lei mi raccontava della sua vita al paese, confrontandola con il benessere che avevamo. Sarà per questo che praticamente sia Lei che il mio Papà praticamente non si compravano mai vestiti per loro. Mia madre quando c’erano i saldi, comprava le stoffe e si faceva i vestiti da sola. Mio Padre portava sempre quegli stessi vestiti comprati chissà quanti anni addietro.

NICOLA ED ELISABETTA
La mamma di Elisabetta si chiamava Anna ed ha vissuto per oltre 20 anni (dal 1936 al 1956) paralizzata su una sedia, e la sedia su cui viveva, era una sedia di legno con un foro al centro.
Con la povertà che vigeva all’epoca, non esisteva alcuna forma di assistenza per questi malati e a ciò doveva provvedere la propria famiglia.
Poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, intorno al 1939, Nonno Bruno con le figlie Mimma ed Elisabetta (che aveva 15 anni di età) si trasferiscono a Roma per trovare lavoro e così sostenere tutta la famiglia.
In quest’occasione Elisabetta riceve il suo primo paio di scarpe. Mio nonno Bruno viveva vendendo caramelle come ambulante e mandò Elisabetta da una sarta in modo che così potesse imparare un mestiere.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, in occasione di una festa tra amici, mia madre incontrò Nicola con cui si sposò a Giulianova (TE) il 14 luglio 1949 presso il Santuario Madonna dello Splendore che si trova a Giulianova (TE) e retto dai Frati Cappuccini ( www.madonnadellosplendore.it ).
Negli anni successivi diedero alla luce tre figli: Claudio nato il 10 agosto 1951, Roberto nato l’11 gennaio 1957 e Marcello nato il 13 aprile 1963.
Per desiderio di mio Padre, Elisabetta si occupava della casa e di noi figli. Ricordo sempre la sua grandissima pazienza infinita nei nostri confronti e il grande amore che ci riversava, e per farla arrabbiare bisognava veramente metterla a dura prova.
Ricordo, quando ovviamente non andavo a scuola, che tutte le mattine andavamo ai mercati generali siti sulla via Ostiense, che erano vicini a dove abitavamo, a fare la spesa e per me girare fra i banchi della carne e della frutta era una cosa affascinante, un mondo che mi attraeva.
La domenica si andava sempre alla S. Messa e tutti e tre abbiamo ricevuto un’istruzione cattolica, facendo anche l’asilo e le scuole elementari presso un Istituto di Suore che era vicino casa.
LA MALATTIA
Quando nel febbraio del 1988 iniziò la sua malattia, sinceramente eravamo completamente impreparati ad affrontare la situazione e senza che qualcuno ci desse indicazioni su come comportarci.
Così per esempio succedeva che quando doveva andare al bagno non si ricordasse dove era e quindi faceva i suoi bisogni dove le capitava, oppure apriva i rubinetti del gas perché voleva cucinare ma non si ricordava come si faceva, o per esempio prendeva il telefono e se lo trascinava dietro rompendo tutto.
Il peso maggiore di questa situazione si riversò sul mio Papà che sempre fino all’ultimo la assistita con grande amore.
Io da parte mia, ero ormai l’unico figlio a vivere in casa, essendo i miei due fratelli sposati, ma spesso appunto ero a Viterbo e non mi rendevo ben conto, devo sinceramente riconoscerlo a distanza di anni, di quello che “stava accadendo”.
Il 28 agosto 1995, il Prof. Adriano Gentilomo docente della Facoltà di Psicologia dell’Università della Sapienza di Roma, sottopose a visita medica mia madre e la diagnosi è stata “demenza senile – Alzheimer”.
Egli poi mi invitò a visitare una struttura alla periferia di Roma, di lungo degenza, oggi chiamate “strutture protette”. Mentre camminavo nei corridoi, osservavo le persone, tutti anziani, e dentro di me la cosa che mi impressionò era una sensazione di “morte” di “tristezza” di “silenzio”. Non scorgevo allegria e felicità, ma solo una profonda tristezza nelle persone anche se l’ambiente era perfettamente pulito e in ordine. Il Prof. Gentilomo mi spiegò, che molti di questi anziani, i figli non venivano mai a trovarli se non raramente, ma riscuotevano puntualmente le loro pensioni. Compresi il messaggio e dentro di me feci la promessa che mai, mia madre, sarebbe finita in una struttura simile (anche se non mi rendevo conto di quello a cui sarei andato incontro).
Il 22 dicembre 2001 il mio Papà Nicola, ad 81 anni, lasciò questo mondo terreno per il Regno dei Cieli e da quel giorno toccò a me occuparmi della mamma.
SOLI
Quando ero a casa e c’era ancora mio padre, osservavo che lui parlava sempre con la mamma, le diceva quello che faceva e se dovevamo uscire, non usciva di casa se prima non andava a salutarla e rassicurandola che saremmo tornati presto.
So che può sembrare assurdo, ma io stesso vivendo pienamente questa situazione, non comprendevo il comportamento di mio padre e gli dicevo “ma dai papà smetti di parlare alla mamma non lo vedi che tanto non capisce niente!!!!”.
Come mi sono dovuto ricredere anni dopo di questo mio modo di pensare, quale senso di colpa per non essermi reso conto che la mia mamma invece capiva eccome se capiva.
Essendo rimasto io da solo ad accudire Elisabetta, con l’aiuto di una colf, che veniva la mattina, fu lei ha iniziare a farmi capire che la mamma “capiva”, era presente.
All’inizio rimasi quasi incredulo ma via via iniziai a fare caso a certi particolari e i miei occhi, con profonda meraviglia, si aprirono e iniziai a comprendere che Elisabetta comunicava.
Ovviamente bisognava calarsi nel suo “mondo” e usare lo stesso linguaggio, come succede per altre categorie di disabili, per esempio le persone autistiche.
Tra le varie esperienze che posso citare, per esempio, un’estate, in cui era in vacanza con la Comunità di Sant’Egidio, nel gruppo c’era una logopedista, questa prese la mano di mia madre e le poneva delle domande precise e lei rispondeva con il movimento della mano in maniera precisa.
Non potete immaginare il mio stato d’animo perché comprendevo ancora di più che Elisabetta “capiva” e io che invece la consideravo un “vegetale”, un “essere morto” (Elisabetta non riusciva più a parlare normalmente ma emetteva dei suoni tipo una sorte di tosse).
Inutile dire che prendendo sempre più coscienza di ciò, aumentava la mia attenzione nei suoi confronti, le parlavo sempre più spesso, la riempivo di baci, di carezze, di affetto.
Iniziai a comprendere che la prima medicina di cui necessitava era “l’amore”.
Ovviamente, all’inizio di questa avventura, fui preso anche dallo sconforto. Come tutti i ragazzi giovani, io desideravo divertirmi, viaggiare, essere spensierato, ma quando rientravo a casa trovavo un mondo completamente diverso, è inutile nascondere che i momenti di sconforto sono stati tanti, specie dopo la morte del mio papà.
Non posso non nascondere che ho pensato anche a soluzioni molto estreme, ma poi dicevo “chi si prenderà cura di Elisabetta?”, “che fine farà?”. Allora, guardandola, e ricordando tutta la sua dolcezza e umanità, e tutto il bene che lei mi aveva fatto, questi propositi sparivano.
Quei pochi amici che venivano a trovarmi a casa, rimanevano impressionati dal contesto in cui vivevo e mi dicevano “ma come fai a vivere in queste condizioni?”.
A me bastava guardare quel dolce viso e ricordarmi tutto il bene che mi aveva fatto, per ritrovare la forza.
LA FEDE
Una sera, era poco dopo il tramonto, ero in cucina, ed ero di nuovo preso da un momento di sconforto. Del resto tutto sembrava andare storto, il lavoro, gli amici, fu allora che sentii una voce chiara, dolce, affettuosa che mi disse solo tre parole “dì il Rosario”.
Mi guardai intorno ma ero solo in casa e mia madre era sul letto nella sua stanza (e non poteva parlare), ma io quelle parole le avevo sentite realmente, non era suggestione.
Erano ormai molti anni che mi ero allontanato dalla fede. Non andavo più a messa, non mi confessavo, non ricordavo più neanche l’Ave Maria o il Padre Nostro, e ovviamente non sapevo assolutamente cosa fosse il “Rosario”.

SUOR M. RAFQA CON ELISABETTA
Com'è nel mio stile, che prima di emettere un giudizio su un qualsiasi argomento, desidero approfondirlo e comprenderlo, telefonai così ad una mia carissima amica, che era credente ma non praticante, e le chiesi: “Ma tu sai che cosè questo Rosario?”. Lei mi rispose: “Ma stai scherzando, è la preghiera più potente che possa esistere sulla Terra”.
A quel punto andai su internet per approfondire l’argomento e capire cosa fosse e come funzionava questo Rosario. So che oggi può sembrare buffa la cosa, ma le cose andarono proprio in questo modo.
Poco tempo prima ero stato al Santuario di Greccio (RI) con i miei nipoti Federico, Tommaso e Martina e mio fratello Roberto con mia cognata Elisabetta, e avevo comprato quella che io ritenevo una semplice collana di perline di legno. Solo in quel momento compresi che quella collana era il Rosario.
Da quel momento è iniziato il mio cammino di riavvicinamento alla fede e alla Chiesa Cattolica.
Su suggerimento di mio fratello Claudio, presi contatto anche con il Parroco della mia parrocchia, Santa Galla, chiedendo se poteva venire ogni tanto a portare il Sacramento della Comunione a mia madre e Don Concetto subito si è reso disponibile. Così ogni primo venerdì del mese, a turno oltre a Don Concetto, sono venuti Don Faustino che è il viceparroco, Don Matteo e gli altri sacerdoti che operano nella parrocchia, a portare il Sacramento dell’Eucarestia a Elisabetta.
LA TOSSE
Elisabetta ormai da anni non riusciva più a parlare, per cui comunicava con noi con la “tosse”. La “tosse” era il suo alfabeto morse e noi dovevamo cercare di capire cosa voleva dirci. Affrontai la cosa come un gioco, a volte tossiva perché realmente il catarro che aveva in gola le dava fastidio, altre volte era solo perché non voleva essere lasciata “sola”, altre volte perché le cambiassimo la posizione sul letto o sulla sedia a rotelle.

IL LETTO DI ELISABETTA
Così per esempio quando io rientravo a casa, lei sentiva che si apriva la porta e ormai aveva associato ciò al fatto che io rientravo a casa. Prima che io infilassi la chiave nella serratura, in casa c’era il silenzio assoluto e così durava dopo che io ero entrato. Ma se poi nel giro di 5 minuti non andavo a salutarla, allora lei iniziava a tossire, prima piano e poi sempre più forte, più forte, e come allora io mi precipitavo da lei, preoccupato che fosse successo chissà che cosa, come le prendevo le sue mani nelle mie mani, allora immediatamente cessava di tossire.
Così anche la notte, spesso mi alzavo due - tre volte, perché iniziava a tossire, io pensavo al catarro o ad altri problemi ma poi come arrivavo li e l’accarezzavo cessava di tossire. Capii che in realtà lei voleva che le stessi vicino.
Dopo che compresi questo suo modo di comunicare, la sera, prima di andare a dormire l’abbracciavo e dopo averle dato tanti baci le dicevo “Hei! Ora è mezzanotte e tra sei ore mi devo alzare per andare al lavoro quindi mo nun te mette a cantà come te piace fà a te!”. Io andavo in camera mia ma poco dopo Elisabetta mi “chiamava”, allora riandavo da lei, e dopo averla coccolata le ripetevo che dovevo dormire pure io e dopo non chiamava più. Quando poi la mattina mi suonava la sveglia, fino a quel momento c’era il silenzio assoluto. Ma dopo che la sveglia mi era suonata, lei capiva che io mi ero alzato e se non andavo a salutarla entro 5 minuti, di nuovo riprendeva a “chiamarmi”. Flora, che si fermava a dormire a casa quando io ero fuori per lavoro, invece non resisteva alle chiamate di Elisabetta, allora andava in camera sua, prendeva la sedia a rotelle e si sedeva lì vicino a Elisabetta stringendole la mano, e allora Elisabetta cessava di agitarsi e dormiva serena; dormivano così insieme per tutta la notte.
Ogni volta che mia nipote Claudia, veniva in Italia e insieme a mio fratello Claudio venivano a casa a trovare me e la nonna, lei voleva sempre darle da mangiare personalmente e quindi ho dovuto insegnarle come doveva fare. Quando poi Claudia ha abbracciato la vita religiosa entrando nell’Ordine delle Suore Francescane dell’Immacolata con il nome di Suor Maria Rafqa, è tornata a trovare la nonna insieme alla sorella Anna e ai suoi genitori Claudio e Yutte, che vivono a Londra. Quando Suor Maria Rafqua abbracciava Elisabetta riempiendola di affetto e stringendole le mani, il viso di Elisabetta si irradiava di serenità.
Il mio lavoro mi porta a volte ad assentarmi da casa per periodi brevi o lunghi. Se si trattava di un’assenza di tre-quattro giorni Elisabetta era tranquilla. Ma se dopo cinque giorni lei non mi vedeva allora iniziava a fare i capricci e per esempio rifiutava il cibo e l’acqua. Allora Flora, disperata mi chiamava sul cellulare e io parlavo con Elisabetta che con tutte le sue forze mi mandava i suoi “baci” per telefono e dopo, tranquillizzata, riprendeva a mangiare. Quindi imparai che ogni volta che viaggiavo, ogni giorno dovevo chiamare Flora sul cellulare e lei mi passava Elisabetta che quasi saltava dalla gioia sulla carrozzina nel sentirmi (ciò non è un modo di dire ma realmente succedeva questo tantè che Flora ne rimaneva impressionata).
IL RICOVERO
Quando è stata ricoverata a fine ottobre 2009 nel reparto di breve osservazione al CTO di Roma alla Garbatella, le signore che erano nella stanza si accorsero, e me lo fecero notare, che Elisabetta praticamente dormiva tutto il giorno. Però quando sentiva la mia voce - io ho un vocione e quando entravo in reparto salutavo i medici e gli infermieri, Elisabetta ancora non mi vedeva ma le arrivava la mia voce - allora lei apriva gli occhi e fino a quando rimanevo li con lei, era sempre vigile. Quindi le signore che erano nella sua stanza si resero conto che quando io arrivavo lei si svegliava e tale rimaneva fino a quando io stavo li con lei...
Ricordo quando fu riportata a casa dall’ospedale, quando gli infermieri della Croce Rossa, la misero sul letto della sua stanza, lei aveva un sorriso magnifico, radioso, e si guardava intorno felice di essere ritornata nella sua casa.
Nell’alimentazione ho sempre cercato di farle mangiare quello che aveva sempre mangiato, con l’unica accortezza di frullare il tutto. Se un cibo non le piaceva non c’era verso di farglielo mangiare e quando le si davano i dolci cremosi o semifreddi o il gelato (di cui è stata sempre golosa), allora se li divorava.
Quando la sera rientravo a casa, io preparavo la cena per me e per Elisabetta e mangiavo nella sua stanza sia perché c'è la televisione sia perché così stavamo insieme. Prima mangiavo io e allora lei mi guardava con i suoi occhioni come a dirmi “e io?”. Ovviamente dopo aver terminato la mia cena iniziavo con lei, ci voleva pazienza perché ci voleva oltre un’ora per farla mangiare, perché ovviamente deglutiva piano piano, e poi le facevo l’igiene personale.
L’ULTIMA VOLTA DEL SACRAMENTO DELL’EUCARESTIA
Venerdì 27 febbraio 2009, fu l’ultima volta, prima della sua partenza per il Cielo, in cui a Elisabetta fu data la Comunione. Quel giorno cero anche io a casa, oltre a Flora, la colf che accudiva mamma, compito che svolgeva con grande amore, e venne proprio Don Concetto. Elisabetta era nella sua stanza sulla sedia a rotelle e io assistevo stando in disparte dalla stanza vicina. Bèh quello a cui ho assistito, se non lo avessi visto con i miei occhi, sinceramente non ci avrei mai creduto. Quando Don Concetto iniziò a recitare le preghiere, il viso di Elisabetta si è “illuminato” come se uscissero dal suo viso tanti infiniti raggi di sole e la cosa divenne ancora più forte nel momento in cui Don Concetto elevò l’Eucarestia al cielo. Elisabetta era completamente profusa verso l’Ostia e completamente concentrata su Don Concetto. Una scena ripeto, che è difficile descrivere, tantè che Flora me ne aveva già parlato (io come ho già scritto, per il lavoro che svolgo sono frequentemente in viaggio per cui era raro che potessi essere presente) ma io, testa dura, come al solito non riuscivo a ben comprendere ciò che Flora voleva dirmi.
LA PARTENZA
Elisabetta è partita per il Cielo alle 22,30 del 3 marzo 2009. Quel giorno è stato un giorno come tutti gli altri e nulla faceva presagire che il Signore quella sera l’avrebbe chiamata a Sé. Anzi era un giorno speciale perché era venuto Mauro, il mio amico muratore, che doveva montare i mobili. Infatti, nel corso dell’ultimo anno, avevo iniziato a fare dei piccoli lavori di ristrutturazione a casa al fine di poterci muovere più agevolmente con la carrozzina per la piccola casa (circa 50 mq). Quindi quel giorno si coronava il mio sogno di avere una casa più comoda che conciliasse meglio le esigenze di Elisabetta e io che ci dovevo anche lavorare (in tutti questi anni il mio ufficio era una scrivania di 1 metro quadrato). Il pomeriggio, quando siamo rimasti soli, io sono andato da lei, ho preso la sua mano nella mia ed ho recitato il Rosario e i Vespri.
Quindi ho ripreso il mio lavoro e poi sono uscito a fare una passeggiata. Quando sono rientrato ho cenato e quindi a quel punto mi sono preparato per far cenare mia madre e fino a questo momento era assolutamente tutto come le altre sere precedenti. Le ho dato da bere e poi avevo iniziato a darle il primo cucchiaio di frullato di frutta ma………. è stato un lampo……., ho visto il viso di Elisabetta che sbiancava, e questo non era mai successo in 21 anni.
Intuii che stava succedendo qualcosa di anomalo, ma ho fatto appena in tempo a metterle la mano dietro la testa per sostenerla, ma ha chiuso gli occhi ed era già partita.
Potete intuire il mio stato d’animo, anche perché il tutto è avvenuto veramente in un lampo ed io se da un lato avevo capito dall’altro non volevo capire.
Chiamai subito mio fratello Roberto che si precipitò a casa, ma abitando dall’altra parte di Roma ci impiegò circa una mezz’ora per arrivare e chiamai pure il 118 ma l’ambulanza non sembrava arrivare mai. Decisi pertanto che comunque dovevo tentare di fare qualcosa, per cui mi misi a fare il massaggio cardiaco, la girai per farla vomitare, ma non uscì nulla, la gola era libera, quindi mi misi a farle la respirazione bocca a bocca, e li mi resi conto di una cosa: il senso della respirazione che aveva nel suo corpo era dato solo dall’aria che le mandavo io; mi resi conto che io abbracciavo il “corpo fisico” di Elisabetta ma la sua Anima non c’era più, era già volata in cielo e li mi ricordai delle parole della Bibbia “Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere tornerai” (Gen 3,19).
Mi sono reso conto che il nostro involucro fisico è un vuoto a perdere, ciò che è immortale è l’Anima che è dentro ogni persona. È per questo che Elisabetta, e tutte le persone che si trovano nelle sue condizioni, si nutrono di AMORE. E quanto amore Elisabetta mi ha dato non potete nemmeno immaginarlo.
L’ESPERIENZA
Mi sono reso conto che solo chi vive a diretto contatto 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, può rendersi conto di quanto amore queste persone danno a chi le assiste. È un’esperienza unica.
Oggi quando vedo altre persone in stato vegetativo o in coma permanente, mi avvicino a loro con rispetto e non con l’indifferenza che avevo 25 anni fa.
Mi dispiace dirlo, ma i medici sono lontani da questi pazienti, a cui dedicano neanche 5 minuti di attenzione una tantum e si limitano a guardare solo i referti clinici. La mentalità che personalmente ho potuto constatare, ma di cui possono testimoniare tutte quelle persone che assistono pazienti che si trovano in queste condizioni, è che prima muoiono e meglio è. È atroce dirlo ma questa è la verità.
Questo perché appunto il mondo medico guarda alla persona solo sul piano “fisico”, “materiale” e non considera che in quel corpo umano, anche se immobile, c’è un’anima che vive e recepisce.
In tutti questi anni mi sono dovuto trasformare in infermiere e medico, tant’è che in 21 anni di malattia Elisabetta ha avuto solo due ricoveri ospedalieri: il primo, intorno agli anni ’90 per asportare tutti i denti che aveva poiché stava partendo un’infezione che avrebbe avuto gravi conseguenze, e l’altro a fine ottobre 2009 per una sospetta emorragia interna.
La sera del 24 ottobre 2008, Elisabetta “vomita”, ma non è un vomito di cibo ma è quello che poi i medici hanno classificato “sangue pesto”, cioè aveva avuto un’emorragia interna e quello che aveva espulso dalla bocca era il residuo di una vecchia emorragia. Ovviamente io lì per lì non sapevo che fare, anche perché osservavo Elisabetta e lei era tutta felice e io rimanevo indeciso sul che fare. Decisi quindi di chiamare la guardia medica e di chiedere una visita urgente. La dottoressa che mi ha risposto al telefono ha capito immediatamente di che si trattava e questa diagnosi è stata confermata sia quando è venuta a visitarla sia quando è stata portata in ospedale. Già, perché la guardia medica mi ha detto che bisognava portare Elisabetta in ospedale per poter fare i dovuti accertamenti che ovviamente non era possibile fare a casa. E lì a me sono venuti, come si suol dire, i capelli dritti, perché tutte le esperienze avute in precedenza sia con mio padre che altri familiari in situazioni analoghe erano state negative. Ma in questo caso non potevo fare diversamente. Quindi preparai Elisabetta, facendole prima l’igiene personale e quindi con il Rosario in mano ho chiamato la Croce Rossa, ben sapendo che avrei da quel momento iniziato un viaggio che non sapevo come sarebbe finito. Gli operatori dell’ambulanza avevano l’obbligo di portarci al CTO. Qui Elisabetta viene ricoverata al pronto soccorso e le viene messo un sondino che arriva nello stomaco che serve per far uscire sia tutto il liquido che poteva essersi accumulato, ma soprattutto per verificare se usciva sangue fresco (nel qual caso significava che c’era un’emorragia in atto).

SUOR M. RAFQA CON ELISABETTA E MARCELLO
Siamo arrivati in ospedale verso mezzanotte. Pian piano il Pronto Soccorso si è svuotato e verso l’una ero rimasto solo io. Ad un certo punto il medico mi chiama e posso visitare Elisabetta ed il medico mi tranquillizza facendomi osservare che tutto il sangue che sta uscendo è “vecchio”, quindi non c’è un’emorragia in corso, e questa è una prima buona notizia. Ben sapendo come funzionano gli ospedali oggi - sai da dove parti ma non sai in quale ospedale si andrà a concludere la vicenda - faccio la classica domanda se mia madre sarà ricoverata lì al CTO. Il medico mi dice che purtroppo non ci sono posti disponibili e pertanto sarebbe stata trasferita l’indomani nel primo ospedale che avrebbe dato disponibilità di un posto letto. Questo significa che la ricerca del posto letto viene fatta in un raggio di 100 km da Roma, quindi Elisabetta poteva finire anche a Latina o a Viterbo. Vi lascio immaginare tutte le problematiche connesse per i familiari per poter assistere un paziente a così grande distanza da casa.
Il medico mi invitava anche ad andare a casa a riposare, ormai erano le 2 del mattino, perché comunque se ci fosse stato un trasferimento sarebbe avvenuto nella mattinata.
Come tutti gli esseri umani, la mattina presto, il mio primo istinto è stato quello di cercare un “aiuto” da qualche amico che avesse qualche conoscenza al CTO per scongiurare il trasferimento di Elisabetta. Ma nessuno era però in grado di aiutarmi.
In quel momento, mi resi conto che stavo sbagliando e che l’aiuto io dovevo chiederlo alla cara Madre Celeste. Quindi iniziai a recitare un Rosario dietro l’altro. Verso mezzogiorno mio fratello Roberto, che era lì in ospedale, mi chiama dicendomi che forse cera una possibilità che fosse trattenuta al CTO.
Io da parte mia ho continuato a dire un Rosario dietro l’altro e verso le 16 mi reco in ospedale. Quando arrivo al pronto soccorso e cerco Elisabetta, il personale mi dice: “Guardi che l’abbiamo cercata per avvisarla, ma lei non c’era, perché sua madre veniva trasferita”. In quel momento ho tremato, e poi aggiunse “La trova su nel reparto di breve osservazione”, e qui esplode dentro di me la mia gioia. Corro a cercare questo reparto, è un piccolo reparto con una decina di posti letto, e quando salgo al primo piano e prendo il corridoio che mi porta al reparto, rimango di stucco: a sinistra c’è la Cappella e a destra c’è il reparto. Ma la sorpresa non finisce qui: quando entro nel reparto, scopro che Elisabetta occupa il letto n° 1 e dietro quella parete c’è la Cappella dell’ospedale. Lascio a voi immaginare cosa ho provato in quel momento.
Il giorno dopo, il 26 ottobre, mentre ero in attesa di poter entrare in reparto nell’orario di visita, e stavo recitando il Rosario, vedo avanzare un sacerdote e mi avvicino presentandomi e spiegando la situazione di Elisabetta. Ho così conosciuto Don Aurino, salesiano, uno dei due sacerdoti che prestano servizio al CTO. Lui mi tranquillizza e da quel momento ha preso a cuore Elisabetta, portandole i sacramenti. È nata una bellissima amicizia che perdura tutt’oggi.
Dopo quattro giorni ad Elisabetta viene tolto il sondino dallo stomaco e quindi si può riprendere l’alimentazione per bocca. Per un impegno di lavoro assunto in precedenza io mi ero dovuto recare a Genova per un solo giorno. Prendo accordi con i medici che sarebbe venuta Flora all’ora di pranzo a darle da mangiare. Quando Flora arriva però viene bloccata dalle infermiere che le dicono che non può dare da mangiare a Elisabetta. A quel punto mi telefona e piangendo mi dice ciò che è avvenuto. Allora chiamo mio fratello Roberto e gli spiego la situazione e anche come si deve dare da mangiare a nostra madre. Ha mangiato tranquillamente fino a quattro giorni prima, possibile che in così poco tempo avesse già dimenticato come mangiare? Non ci credevo. Roberto si reca quindi alle 18,00, che è l’ora in cui si deve dare la cena, in ospedale e quando arriva in reparto chiede se mia madre avesse mangiato. L’infermiera gli risponde che deve rimanere a digiuno perché la mattina dopo Elisabetta doveva fare la risonanza magnetica. Allora prende e va al reparto di radiologia dove i medici gli spiegano che mia madre può tranquillamente mangiare perché per quel tipo di esame non c’è bisogno di rimanere a digiuno, anzi i medici di radiologia chiamano il reparto di breve osservazione facendo presente la cosa al medico di turno. Mio fratello ritorna in reparto e a quel punto scopre che i medici del reparto di breve osservazione avevano richiesto la consulenza del chirurgo per far mettere il sondino naso-gastrico per l’alimentazione. Di fronte alle rimostranze di mio fratello, per non essere tra l’altro stati informati di questa decisione, scopre che all’origine di questa decisione vi era l’affermazione di alcuni infermieri che sostenevano che Elisabetta non era in grado di alimentarsi normalmente e che alimentandola per bocca potesse morire soffocata a causa del catarro presente in gola. Di fronte all’irremovibilità di mio fratello, il medico con tutti gli infermieri si recano da Elisabetta. Un infermiere, terrorizzato (mi dispiace dirlo ma era questo il suo stato d’animo), con un cucchiaio mette in bocca del purè di patate e con grande meraviglia di tutto il personale medico, Elisabetta deglutisce senza alcun problema non solo quel cucchiaio di purè ma bensì si mangia tutta la cena.
Di fronte a ciò, alcuni infermieri hanno fatto osservare che ci voleva molto tempo per farla mangiare e mio fratello ha fatto presente che noi a casa ci impieghiamo 1-1,5 ore per farla mangiare, al che la risposta è stata che in un ospedale il personale non può dedicare tutto questo tempo per alimentare un paziente (e qui si comprende perché si preferisce alimentare un paziente con il sondino naso-gastrico, mettergli il catetere e le flebo, così tutti i problemi vengono risolti, sì ma dal punto di vista del personale non certo della persona).
A quel punto ovviamente gli stessi medici hanno annullato la decisione dell’ipotesi del sondino naso-gastrico. Mentre tutto questo si svolgeva a Roma, io ero a Genova e tra l’altro, a causa del brutto tempo - per le forti mareggiate c’erano i pesci sulla pista - l’aeroporto era stato riaperto solo nel primo pomeriggio, quindi tutti i voli erano in ritardo. E anche qui io, non sapendo cosa avvenisse in quel momento in ospedale a Roma, non facevo che recitare un Rosario dietro l’altro. Solo alla sera alle 22,00 quando sono atterrato a Fiumicino ho appreso ciò che era avvenuto in ospedale. Il giorno dopo mi presento con Flora e su disposizione dei medici, abbiamo potuto dare noi da mangiare a Elisabetta, che ha sempre mangiato tutto non lasciando nulla.
Erano ormai circa sei giorni che Elisabetta era ricoverata, gli accertamenti che dovevano essere fatti erano stati fatti, compresi che era giunto il momento di riportarla a casa, dove sinceramente mi ero reso conto che la gestivamo molto meglio che in ospedale (per esempio a casa ogni mattina faceva la doccia, in ospedale neanche una volta, a casa veniva girata sul letto per evitare l’insorgere delle piaghe di decubito, in ospedale è stata sempre nella stessa posizione, tanto per fare qualche esempio).
Quindi, senza consultarmi con l’Ospedale, chiamo la Croce Rossa e concordiamo che il 1 novembre alle ore 13 sarebbero venuta a prenderla. A quel punto dovevo comunicare la mia decisione ai medici del reparto. Dopo aver detto tutte le mie preghiere a casa e con il Rosario sempre in mano, mi reco in ospedale, preparandomi ad una accesa discussione, poiché dovevo far dimettere mia madre sotto la mia responsabilità.
Facendo appello a tutte le mie forze, tutto d’un fiato comunico al medico di turno la mia decisione, e alla sua reazione rimango senza parole. Non solo non crea alcun ostacolo per le dimissioni, ma personalmente si prende cura affinché il tutto avvenga nella massima regolarità, e inoltre attiva quelle che vengono chiamate “dimissioni protette” per le quali ci vuole però l’avvallo dell’assistente sociale dell’ospedale.
Sinceramente, dentro di me rimango esterrefatto, senza parole, avevo l’impressione come se qualcuno avesse predisposto il tutto.
Guardo l’orologio e vedo che sono le 13,50; alle 14,00 l’assistente sociale mi informano che va via. Con il foglio precompilato dal medico del reparto mi precipito a cercare l’ufficio dell’assistente sociale, e mentre correvo dentro di me pensavo che mai ce l’avrei fatta, era ormai troppo tardi. Arrivo all’ufficio dell’assistenze sociale e trovo la porta aperta e mi riceve subito. Completa la documentazione e spedisce personalmente il tutto alle varie autorità competenti. Mentre ero lì, l’assistente sociale mi dice che era stata in ferie e che era rientrata proprio quella mattina. Quindi Elisabetta è uscita dal CTO sia con le dimissioni regolari dell’ospedale che quelle dell’assistente sociale. Quando ho raccontato il tutto a mio fratello Roberto non ci credeva, e mi ha raccontato che il giorno prima era andato lui stesso a cercare l’ufficio dell’assistente sociale senza però che nessuno gli sapesse indicare dove si trovava.
Quando sono tornato in reparto la dottoressa mi ha confidato che in realtà era già iniziata la ricerca per trasferire mia madre in una struttura di lungo degenza e mi ha rivelato che tutti i medici del reparto erano rimasti molto sorpresi dalla mia ferrea decisione di riportarmi Elisabetta a casa, perché tutti i pazienti che sono in condizioni simili a mia madre e che arrivano al reparto, i parenti non desiderano più riportarseli a casa e preferiscono sistemarli in una struttura protetta e che da quando lei lavorava lì in reparto io ero il primo caso che contravveniva a questa usanza. Mi ha anche detto che per qualunque problema, anche dopo le dimissioni, potevo contare sul suo aiuto.
Inutile dire che quando sono uscito quel pomeriggio dal CTO ero pieno di gioia sia perché Elisabetta tornava a casa ma soprattutto perché sapevo che tutto ciò era grazie all’intercessione della nostra cara Madre Celeste la Vergine Maria. Sì, compresi che avevo scelto bene a chi “raccomandarmi” per avere aiuto.
LA SORPRESA
Dopo il ricovero al CTO di Roma, decisi che volevo meglio comprendere lo stato di salute di mia madre, anche perché in realtà in tutti questi anni non ero mai riuscito a comprendere veramente lo stato delle cose.
Il problema era però quello di trovare un medico “umano” così come lo definisco io, che faccia il medico come vera vocazione, come missione, per curare gli ammalati. Dopo aver fatto un ampio giro di telefonate, mi fu consigliato un dottore con cui presi l’appuntamento e questi venne a casa mia e devo riconoscere che è stato veramente “umano”, il Dottor Gianfranco Di Paola. È stato a casa l’intero pomeriggio, che ha dedicato solo a Elisabetta. Dopo l’accurata visita, esaminò tutte le cartelle cliniche che nel corso di questi 21 anni Elisabetta aveva fatto.
Innanzitutto il medico mi fece i complimenti poiché dalle analisi del sangue emergeva che quelle non erano le analisi di una persona che era allettata da oltre 10 anni e da 21 anni complessivi di demenza senile, ma bensì corrispondevano a quelle di un ragazzo di 20 anni in buone condizioni di salute. Inoltre mi fece presente che generalmente un paziente con demenza senile, vive generalmente per 7-8 anni ma non per 21 anni.
Quindi mi disse che se Elisabetta viveva così a lungo era solo perché era tenuta molto bene.
Essendo allettata c’era ovviamente il fatto che il diaframma si era allentato, cosa normale in chi non si muove più, e un rischio in cui poteva incorrere era che si poteva creare un blocco intestinale. Ma la sorpresa più grande venne poi dall’esame delle TAC al cervello. Nella prima, che fu fatta nel giugno del 1993 al Policlinico Gemelli di Roma, si notavano delle piccole aree puntiformi in cui era iniziato il processo di degenerazione delle cellule cerebrali. A settembre del 1995 presso la clinica Paidea dalla TAC cerebrale emerge che questo processo si è ampliato, ma la sorpresa, viene dalla TAC cerebrale fatta a novembre 2008 presso il CTO da cui emerge che al posto del cervello c'è un “grande lago” riempito dal liquido amniotico. Quando il medico mi ha fatto notare ciò io sinceramente all’inizio non riuscivo a capire e quando ho visto le tre TAC allineate ed ho compreso la situazione, sono rimasto “senza parole”. Il cervello praticamente non c’era più, ma Elisabetta comunicava ed era presente.
Mia madre è stata sempre una persona della massima umiltà e come poteva cercava sempre di aiutare gli altri, facendolo sempre in silenzio. Tra i diversi episodi desidero ricordare questo: mi ricordo sempre che sin da piccolo avevo notato che nell’occhio destro c’era un piccolo puntino bianco e io chiedevo a mia madre cos’era quel puntino e lei mi diceva sempre che era una cataratta, che ci vedeva un po' meno ma non era un problema. La verità invece è venuta fuori quando nel 2003, poiché aveva una congiuntivite all’occhio, chiamai l’oculista, che dopo averla visitata mi disse che all’occhio destro era cieca. Ovviamente lì per lì rimasi senza parole, e allora feci presente all’oculista che probabilmente ciò era dovuto al decorso della malattia, ma l’oculista mi disse che il puntino bianco che aveva nell’occhio era un trauma e che lì era stata sempre cieca, probabilmente aveva avuto un trauma da piccola. Rimasi senza parole, perché mia madre mi disse sempre che ci vedeva. Chiesi notizie allora ai miei fratelli, e quando dissi loro che Elisabetta era cieca in un occhio, rimasero molto sorpresi e anche increduli, perché non avevano mai sospettato una cosa del genere.
Questa era mia madre Elisabetta, una persona di un’umiltà profonda, un’umiltà che ha conservato per tutta la sua vita, anche nella malattia.
Che questa testimonianza, si aggiunge a quella di tante altre, spero faccia comprendere che le persone che si trovano in questo stato sono “Vivi” e non morti. Sono ovviamente totalmente contrario all’eutanasia e a qualunque altra forma di soppressione della Vita. Devo però denunciare come le Istituzioni lascino praticamente a se stessi tutte quelle famiglie che decidono di curare il loro “malato” in casa che come è da tutti riconosciuto, è la cosa migliore.
Un ricovero in un qualunque ospedale o clinica, costa allo stato qualcosa come tra i €400,00 e gli €800,00 al giorno che equivalgono a circa tra i 12.000,00 e i 24.000,00 euro al mese!!! Una badante con contratto nazionale costa sui circa 16.000,00-18.000,00 euro all’anno. Quindi tra le forme di aiuto che lo stato potrebbe dare è quello di far detrarre interamente il costo della badante ed assicurare un vero servizio di assistenza domiciliare (in 15 anni dalla mia ASL non sono mai riuscito ad avere un fisioterapista). L’unico servizio che la mia ASL mi ha dato sono stati pannoloni e traverse e stop. I consigli medici, quelli veri, li ho avuti sempre tramite amici e persone che vivevano ho hanno vissuto esperienze come la mia e dalla Comunità di Sant’Egidio.
Quello che manca nella maggioranza della classe medica è l’AMORE verso i malati. Anzi posso affermare che generalmente negli ospedali desiderano solo i malati “sani”, scordandosi però che il ciclo della vita nessuno lo può prevedere e che un giorno, potrebbero essere loro stessi a trovarsi nelle stesse condizioni.
In merito a ciò desidero riportare una testimonianza di Madre Teresa:
Un giorno portarono alla Madre una donna raccolta per strada: lei la accolse con quella sua grande dolcezza, la curò e ripulì per ore; ma anche davanti alle materne attenzioni della madre dei poveri, la donna continuava a imprecare……
“Suora, ma perché fai così? Non tutti fanno come te, chi te l’ha insegnato?”
“Me l’ha insegnato il mio DIO”.
“Fammelo conoscere il tuo DIO”.
A questo punto Madre Teresa, abbracciandola, le donò l’ultima incantevole risposta: “Il mio DIO adesso tu lo conosci. Il mio DIO si chiama “Amore”.
DOPO LA PARTENZA
Concludendo, ho accennato precedentemente al fatto che proprio grazie ad Elisabetta ho ritrovato la fede che è venuta via via crescendo.
Ovviamente nessuno può prevedere quando Sorella Morte, come dice San Francesco, verrà a trovarci, è l’unico appuntamento della vita che nessuno può prendere o programmare, per cui nelle mie preghiere quotidiane rivolgevo la supplica alla cara Madre Celeste e a Nostro Signore Gesù Cristo, che quando quel momento fosse arrivato, Elisabetta si addormentasse dolcemente fra le braccia della Vergine Maria ed io di ricevere la forza per superare il distacco terreno. Precisavo che comunque per me non c’era alcuna fretta e che avrei sempre accudito Elisabetta finché DIO me lo avesse concesso.
Dopo che Elisabetta è volata nella Patria Celeste, io ovviamente ero un po’ sotto choc, mio fratello Roberto con mia cognata Isabella hanno preso in mano la situazione per organizzare il funerale ed hanno contatto un’agenzia per le onoranze funebri.
Dopo circa 2 ore si è presentato a casa l’addetto che è stato incaricato di sistemare la salma.
Ovviamente, era una cosa che volevo fare io, del resto erano anni che tutte le sere, quando ero a casa, che facevo l’igiene personale a Elisabetta, ma Roberto ha insistito perché ci pensasse l’agenzia funebre.
L’incaricato dell’agenzia era un ragazzo di circa 28 anni, e quando è arrivato io non l'ho lasciato un istante perché per me il corpo di mia madre era “sacro” e non volevo che fossero fatte cose non consone.
Il ragazzo come è entrato nella stanza ha iniziato ad osservare mia madre e poi mi dice “vedo che sua madre porta la croce di San Benedetto, lo Scapolare della Madonna del Carmelo e la Medaglia Miracolosa”.
Una Croce tutti la conoscono, ma i tre oggetti sacri che mia madre portava al collo e per di più sotto il vestito, se uno non ha fatto un profondo percorso di fede non li conosce.
A questa osservazione io sono balzato dalla sedia e gli ho chiesto: “Scusi ma lei come fa a conoscerli?” - "Semplice", mi ha risposto lui, “perché li porto pure io al collo, ed inoltre sono un volontario di Radio Maria”.
A sentire ciò una grande pace è entrata nel mio cuore e anche una grande meraviglia perché ho capito il messaggio che mi arrivava direttamente dal Cielo: “Stai tranquillo e sereno Marcello, tutte le tue preghiere sono state esaudite, non aver paura”.
Non erano neanche trascorse due ore che Elisabetta era volata in Cielo e già la Misericordia di DIO si è presentata nella mia casa.
Quella notte ovviamente non sono riuscito a dormire per niente, sebbene mi dicessi “Dài devi dormire un poco, domani sarà una giornata intensa”, ma io l'ho passata vicino ad Elisabetta pregando tutta la notte e ringraziando DIO della sua grande Misericordia.
Quando poi all’aeroporto di Fiumicino, mentre eravamo in attesa per imbarcarci per il pellegrinaggio in Terra Santa, a fine marzo 2009, guidato dai Frati Francescani dell’Immacolata, Padre Stefano Manelli arrivando mi vede e viene verso di me e salutandomi mi dice “gioisci, gioisci”, ho compreso il messaggio, Elisabetta è in Paradiso, la notizia più bella che potevo ricevere.

PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA
Vorrei concludere, facendo notare come solo circa un mese prima della sua morte, io mi sono reso conto delle sue reali condizioni di salute.
RINGRAZIAMENTI
In tutti questi anni, io ho cercato di fare il meglio per assisterla e devo qui ringraziare la Comunità di Sant’Egidio della Garbatella, ed in particolare Marco Peroni, perché ogni estate, grazie al loro aiuto, potevo portare per una settimana in vacanza Elisabetta. Era ovviamente una sorta di trasloco, perché dovevamo essere in quattro persone per far scendere la sedia a rotelle per le scale, e ci volevano due auto, poiché dovevamo portarci appresso tutto (sollevatore, materassino antidecubito, pannoloni, traverse, frullatore, ecc.).

ELISABETTA E NICOLA IN UN INCONTRO DELLA COMUNITÀ DI S. EGIDIO
Quando Marco mi propose di portare in vacanza Elisabetta con la Comunità, ero molto titubante per le ovvie difficoltà, che però sono sempre state brillantemente superate grazie alla generosa disponibilità di tutte le persone della Comunità. Era l’unica settimana dell’anno in cui Elisabetta usciva di casa e io ci tenevo moltissimo. Il fatto di trovarsi in compagnia con tutta la Comunità, sebbene come ho spiegato non poteva comunicare normalmente, la riempiva di gioia e questo lo manifestava pienamente quando la riportavamo a casa. Quando per esempio partecipava alla S. Messa, Elisabetta cercava di cantare manifestando la propria gioia per trovarsi li. Anche qui le istituzioni sono completamente assenti, se non fosse stato per il buon cuore e al volontariato delle persone della Comunità di Sant’Egidio, non avrei mai potuto portare Elisabetta in vacanza. Inoltre quando Elisabetta ancora camminava, ogni domenica Marco veniva a prendere i miei genitori (fino a quando anche il mio papà Nicola era in vita) per portarli alla S. Messa. Una generosità che non potrò mai dimenticare.

MARCO PERONI ED ELISABETTA
Quando si vive una situazione simile alla mia, purtroppo quello che avviene è che in un certo senso tutti ti evitano. Non così la mia vicina di casa, la Signora Iannuccillo, grande amica di mamma, che veniva sempre a trovarla e anzi si sedeva in camera e si metteva a parlare come sempre aveva fatto sin dal 1963 quando si sono conosciute.
Devo ringraziare gli amici del movimento dei Focolari di Roma Est, per essermi stati sempre vicini.
Un grazie infinito a tutti i sacerdoti della Parrocchia di Santa Galla per non aver mai fatto mancare l’assistenza spirituale a Elisabetta.

DON CONCETTO
LA PREGHIERA
Nel mio cammino di riavvicinamento alla fede, ho cercato di comprendere sempre di più il senso della preghiera e della S. Messa. Ho iniziato così a leggere la biografia di alcuni Santi (S. Francesco di Assisi, Santa Chiara, Sant’Antonio da Padova, Santa Rita da Cascia, Santa Rafqa, solo per citarne alcuni), scoprendo così che “Quanto più un’anima è gradita a Dio tanto più dovrà essere provata” come scrive Padre Pio e “Perciò coraggio e avanti sempre”.
Così ho iniziato a scoprire, che per diventare Santi il cammino è molto arduo e pieno di dure prove da superare, mentre l’immagine che io avevo - ma che molti hanno - è che si crede che i Santi abbiano fatto una vita in un certo senso “comoda”. Così per esempio gli ecologisti ricordano San Francesco di Assisi per il suo profondo amore per la natura e gli animali, ma si scordano però di ricordare che faceva 4 quaresime all’anno e una vita nella massima povertà ed estremamente dura e tutto ciò per amore di Dio.
Ho iniziato anche a documentarmi sulle esperienze di persone che si trovavano nelle condizioni simili a mia madre, tra le molte testimonianze che ho letto qui cito solo alcuni libri in merito: “Con gli occhi sbarrati” di Salvatore Crisafulli e “Un giorno di dicembre” di Gianluca Sciortino, nonché a documentarmi in campo medico, scoprendo così che molto spesso le persone che sono in apparente stato di coma vegetativo, per cui i medici affermano che non sono in grado di comprendere e percepire nulla e che tutte le loro eventuali reazioni a delle sollecitazioni (tipo aprire gli occhi, muovere un dito, ecc.) sono tutti gesti involontari e casuali da non potersi collegare ad una capacità percettiva della persona.
Ho invece scoperto che è vero esattamente il contrario, e la verità è che l’attuale medicina, poiché per la scienza medica ufficiale “l’anima” non esiste, basandosi per le loro diagnosi solo sui risultati delle analisi, una persona in stato vegetativo è semplicemente un vegetale e provano misera commiserazione nei confronti di quei familiari che invece si ostinano, giustamente, a “comunicare” con il loro caro.
Mentre sto scrivendo questa mia testimonianza, ho una carissima zia di 91 anni, che è ricoverata in ospedale da oltre 1 mese e a cui i medici di quel reparto non hanno fatto alcun tipo di analisi perché oggi la mentalità che vige è che quando una persona ha superato i 65 anni non ha più diritto ad essere curata perché è un costo per la società. Così dobbiamo assistere impotenti alla sua lunga agonia senza sapere se in realtà si può fare qualcosa. I medici fanno finta di passare per le visite, ma in realtà tutti gli anziani che finiscono in quel reparto al di là di qualche flebo, li lasciano a se stessi in attesa che sorella morte se li porti via. E questo è un copione a cui personalmente ho assistito anche per mio padre e che si ripete ogni giorno in molte strutture sanitarie in tutto il mondo.
Personalmente non sono per l’accanimento terapeutico, così quando il cardiologo che visitò Elisabetta mi disse che il battito del cuore era sì nei valori normali ma al minimo, mi disse “ci sono due soluzioni o lasciamo fare a DIO oppure si potrebbe operarla e farle impiantare un pacemaker”. Io ho guardato il cardiologo e gli ho risposto che fare entrare mia madre in sala operatoria in quelle condizioni non ci pensavo nemmeno e che sarà il buon DIO a decidere quando Elisabetta doveva interrompere la sua vita terrena. Il cardiologo concordò con me e mi ha detto che anche lui avrebbe fatto la stessa scelta.
Ovviamente, come ho già spiegato in precedenza, io ho sempre cercato di fare fino all’ultimo giorno, tutto quello che potevo fare per far star bene Elisabetta, e avrei fatto anche molto di più se la mia piccola economia me lo avesse permesso.
Ma arrivare a non intervenire assolutamente per aiutare una persona malata, indipendentemente dall’età, arrivare a non fare neanche una diagnosi perché così si risparmia sui costi, beh questo è veramente qualcosa di vergognoso ed è una cultura di morte i cui principi poi si riflettono negativamente su tutti gli altri aspetti della vita. Ovviamente non è che in tutti gli ospedali ci sia questa cultura di morte, però la verità è che è ampiamente diffusa.
Se pensiamo che tutti gli ospedali sono stati fondati da sacerdoti che sono poi diventati dei grandi Santi, vederli come funzionano oggi, e con la cultura del malato, che viene visto come un pollo da spennare economicamente, specie da quando è stata introdotta l’intramoenia nelle strutture sanitarie pubbliche, beh c'è veramente da riflettere.
Ritornando alla mia ricerca spirituale, ho compreso che l’aiuto dovevo richiederlo a DIO, e che il mezzo era la preghiera e la partecipazione attiva a tutti i precetti della Chiesa.
Ho quindi iniziato a leggere libri sul tema al fine di approfondire e comprenderne sempre di più il significato di ognuno di loro, al fine di poterli esercitare più conformemente possibile.
Ho compreso in questo mio cammino spirituale che con la preghiera DIO ascolta la richiesta di aiuto ma non toglie le difficoltà della vita, però ci dà la forza per superarle.
In questo mio cammino ho incontrato persone che vivevano la mia stessa situazione ed erano profondamente disperate. Non solo perché erano lasciate sole ad affrontare di assistere la persona cara malata ma addirittura con l’accusa da parte dei parenti che quell’opera veniva svolta solo per “interesse”. Al che ho raccontato la mia esperienza e come io agivo, e anche loro poi hanno seguito il mio esempio e nel tempo hanno conosciuto e toccato con mano la Grande Misericordia di DIO.
Ho compreso in questo mio cammino spirituale, che la “grande disgrazia” che mi era toccata, era invece una grande opportunità che DIO mi dava ed una prova da superare. Ho compreso che avevo un “Angelo” da accudire e che tutto quello che facevo ad Elisabetta era come se avessi “Gesù” su quel letto.
Quelle persone che invece, vivendo queste situazioni, rimangono lontane dalla fede, cadono spesso in depressione e pensano che la soluzione migliore sia che la persona prima muore meglio è.
Ma tutti diventiamo anziani, e quando arriverà il nostro turno e nessuno ci vorrà assistere allora amaramente si comprenderà il grave sbaglio fatto in precedenza.
Quando le persone apprendevano che io vivevo con mia madre Alzheimer, avevano subito pietà di me per la “disgrazia” che mi era toccata”. Rimanevano però poi sconcertate dalle mie risposte e dalla mia serenità e non sapevano più che cosa rispondermi.
Il fatto è che l’uomo si considera “IMMORTALE”, eterno, lo porta a chiudersi nel proprio egoismo, a valutare solo i beni materiali, scordandosi però che sì sappiamo quando uno nasce, possiamo prevedere la data della prima comunione e della cresima, possiamo programmare una festa, possiamo stabilire la data del matrimonio, ma cè un appuntamento che nessun uomo può stabilire “la morte”.
Nessuna persona può prevedere neanche cosa può succedere ogni istante della nostra vita. Anche la vita più felice, può cambiare improvvisamente anche in maniera molto drastica.
Quante volte vedo le persone che si ritrovano improvvisamente ad affrontare situazioni pesanti, reagiscono unicamente bestemmiando ed offendendo il Signore.
Desidero concludere questa mia testimonianza con le parole della Venerabile Maria D’Agreda che possiamo leggere nella “mistica Città di Dio”:
“Stoltezza dell’uomo che invano cerca di soddisfare la sua sete di felicità nelle cose terrene e passeggere, e trascura la fonte della grazia! Ma, chi saprà vincere in sé il demonio, il mondo e la propria carne, possiederà, senza timore che gli vengano tolte, queste cose (la grazia in terra e la gloria in cielo).”
Coloro che però affrontano anche un cammino, anche duro e doloroso, con la forza della Fede, DIO non li abbandona mai, anche se a noi, poveri esseri mortali, può risultare oscuro il significato di ciò. O meglio la risposta la si trova nel Salmo 40, Preghiera di un malato, che qui riporto fedelmente con il commento del biblista:
Uno di voi mi tradirà, uno che mangia con me (cfr Mc 14, 18)
Beato l’uomo che ha cura del debole,
nel giorno della sventura il Signore lo libera.
Veglierà su di lui il Signore,
lo farà vivere beato sulla terra,
non lo abbandonerà alle brame dei nemici.
Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore;
gli darai sollievo nella sua malattia.
Io ho detto: “Pietà di me, Signore;
risanami, contro di te ho peccato”.
I nemici mi augurano il male:
“Quando morirà e perirà il suo nome?”.
Chi viene a visitarmi dice il falso,
il suo cuore accumula malizia
e uscito fuori sparla.
Contro di me sussurrano insieme i miei nemici,
contro di me pensano il male:
“Un morbo maligno su di lui si è abbattuto,
da dove si è steso non potrà rialzarsi”.
Anche l’amico in cui confidavo,
anche lui, che mangiava il mio pane,
alza contro di me il suo calcagno.
Ma tu, Signore, abbi pietà e sollevami,
che io li possa ripagare.
Da questo saprò che tu mi ami
se non trionfa su di me il mio nemico;
per la mia integrità tu mi sostieni,
mi fai stare alla tua presenza per sempre.
Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele,
da sempre e per sempre. Amen, amen.
L’orante, gravemente infermo, dichiara subito quanto sia grande l’opera di carità verso un infermo: “Beato l’uomo che ha cura del debole”. Il pietoso soccorritore sarà aiutato in tutto da Dio e quando sarà anche lui ammalato e sofferente avrà sollievo dal Signore.
La preghiera non può innalzarsi a Dio omettendo il riconoscimento delle proprie colpe, così l’orante le presenta umilmente a Dio, mentre invoca di riavere la salute.
La situazione dell'orante è drammatica poiché i suoi nemici, vedendolo in grave situazione, si sentono forti su di lui e non vedono l’ora che muoia e si dissolva il ricordo di lui: “Quando morirà e perirà il suo nome?”.
Alcuni lo vanno a trovare, ma non per dargli sollievo, bensì per vedere la sua disgrazia. Essi dicono parole di convenienza; false perché vi è assente il cuore. Anzi nel loro cuore accumulano malizia, migliorando la capacità di finzione. Poi uscendo fuori sparlano, si abbandonano alla diffamazione. Il salmista guarda ad una persona in particolare, poiché procede usando il singolare.
I suoi nemici hanno stabilito un’intesa d’odio contro di lui: “Contro di me sussurrano insieme i miei nemici”.
È anche tradito dall’amico più caro, dal quale sperava conforto: “Anche lui, che mangiava il mio pane, alza contro di me il suo calcagno”. Alzare il calcagno su di un uomo era il segno del vincitore sul vinto.
L’oltremodo sofferente, tuttavia, non cade nella disperazione, ed esprime la sua fiducia in Dio, la sua preghiera di essere guarito. Nella sua guarigione starà la vittoria contro quelli che ora si attendano che cada nella disperazione e da questa sia sbranato. In questo lui li ripagherà: “Abbi pietà e sollevami, che io li possa ripagare”.
Il sofferente si dichiara colpevole davanti a Dio di peccati del passato, ma ora è integro e avverte bene il soccorso di Dio, che non lo fa cadere nella disperazione: “Per la mia integrità tu mi sostieni”. Egli non è un rigettato da Dio, poiché, aiutato da Dio, può stare alla sua presenza, e questo sarà per sempre, fino al sempre eterno del cielo.
Il salmista termina il suo canto con un’esclamazione di lode a Dio fedele alla sua alleanza da sempre e per sempre: “Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre e per sempre”.
Elisabetta riposa insieme a Nicola nel padiglione San Marco del cimitero di Tortoreto (TE)
GRAZIE MAMMA PER I TUOI 21 ANNI DI AMORE, TUO FIGLIO MARCELLO

MARCELLO CON PADRE STEFANO M. MANELLI
IMPRIMATUR
E Vicariatu Urbis, die 9 aprilis 1952
Aloysius Traglia
Archiep. Caesarien. Vicesgerens |
|
Clara e Annetta, giovanissime, lavoravano in una Ditta commerciale a *** (Germania).
Non erano legate da profonda amicizia, ma da semplice cortesia. Lavoravano ogni giorno l'una accanto all'altra e non poteva mancare uno scambio di idee. Clara si dichiarava apertamente religiosa e sentiva il dovere d'istruire e richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e superficiale in fatto di religione.
Trascorsero qualche tempo assieme; poi Annetta contrasse matrimonio e si allontanò dalla Ditta. Nell'autunno di quell'anno. Clara trascorreva le vacanze in riva al lago di Garda. Verso la metà di settembre la mamma le mandò dal paese natìo una lettera: «E’ morta Annetta E’ rimasta vittima di un incidente automobilistico. L' hanno sepolta ieri nel "Waldfriedhof'».
La notizia spaventò la buona signorina, sapendo che l'amica non era stata tanto religiosa. - Era preparata a presentarsi davanti a Dio? ... Morendo all'improvviso, come si sarà trovata ?... -
L'indomani ascoltò la S. Messa e fece anche la Comunione in suo suffragio, pregando fervorosamente. La notte, dieci minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo la visione...
"Clara. non pregare per me! Sono dannata! Se te lo comunico e te ne riferisco piuttosto lungamente. non credere che ciò avvenga a titolo d'amicizia. Noi qui non amiamo più nessuno. Lo faccio come costretta. Lo faccio come "parte di quella potenza che sempre vuole il male e opera il bene".
In verità vorrei vedere anche te approdare a questo stato, dove io ormai ho gettato l'ancora per sempre.
Non stizzirti di questa intenzione. Qui,noi pensiamo tutti cosi. La nostra volontà è impietrita nel male in ciò che voi appunto chiamate "male" -. Anche quando noi facciamo qualche cosa di "bene", come io ora spalancandoti gli occhi sull'Inferno, questo non avviene con buona intenzione.
Ti ricordi ancora che quattro anni fa ci siamo conosciute a **** Contavi allora 23 anni e ti trovavi colà già da mezz'anno quando ci arrivai io.
Tu mi hai levata da qualche impiccio; come a principiante, mi hai dato dei buoni indirizzi. Ma che vuol dire "buono"?
Io lodavo il tuo "amore del prossimo". Ridicolo! Il tuo soccorso derivava da pura civetteria, come, del resto, io sospettavo già fin d'allora. Noi non conosciamo qui nulla di buono. In nessuno.
Il tempo della mia giovinezza lo conosci. Certe lacune le riempio qui.
Secondo il piano dei miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta esistere."Capitò loro appunto una disgrazia". Le mie due sorelle contavano già 14 e 15 anni, quando io tendevo alla luce.
Non fossi mai esistita! Potessi ora annientarmi, sfuggire a questi tormenti! Nessuna voluttà uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza; come un vestito di cenere, che si perde nel nulla.
Ma io devo esistere. Devo esistere così, come mi sono fatta io: con una esistenza fallita.
Quando papà e mamma, ancora giovani, si trasferirono dalla campagna in città, ambedue avevano perduto il contatto con la Chiesa. E fu meglio così.
Simpatizzarono con la gente non legata alla Chiesa. Si erano conosciuti in un ritrovo danzante e mezz'anno dopo "dovettero"sposarsi.
Nella cerimonia nuziale rimase attaccata a loro tant'acqua santa, che la mamma si recava in chiesa alla Messa domenicale un paio di volte l'anno. Non mi ha mai insegnato a pregare davvero. Si esauriva nella cura quotidiana della vita, benché la nostra situazione non fosse disagiata.
Parole, come Messa, istruzione religiosa, Chiesa, le dico con una ripugnanza interna senza pari. Aborrisco tutto questo, come odio chi frequenta la Chiesa e in genere tutti gli uomini e tutte le cose.
Odio verso Dio
Da tutto, infatti, ci deriva tormento. Ogni cognizione ricevuta in punto di morte, ogni ricordo di cose vissute o sapute, è per noi una fiamma pungente.
E tutti i ricordi ci mostrano quel lato che in essi era grazia e che noi sprezzammo.Quale tormento è questo! Noi non mangiamo, non dormiamo, non camminiamo coi piedi. Spiritualmente incatenati, guardiamo inebetiti "con urla e stridor di denti" la nostra vita andata in fumo: odiando e tormentati!
Senti? Noi qui beviamo l'odio come acqua. Anche l'uno verso l'altro.
Soprattutto noi odiamo Dio.Te lo voglio rendere comprensibile.
I Beati in Cielo devono amarlo, perché essi lo vedono senza velo, nella sua bellezza abbagliante. Ciò li beatifica talmente, da non poterlo descrivere. Noi lo sappiamo e questa cognizione ci rende furibondi.
Gli uomini in terra, che conoscono Dio dalla creazione e dalla rivelazione, possono amarlo; ma non ne sono costretti.
Il credente - lo dico digrignando i denti - il quale, meditabondo, contempla Cristo in croce, con le braccia stese, finirà con l'amarlo.
Ma colui, al quale Dio si avvicina solo nell'uragano, come punitore, come giusto vendicatore, perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi. Costui non può che odiarlo, con tutto l'impeto della sua malvagia volontà, eternamente, in forza della libera accettazione con la quale, morendo, abbiamo esalato l'anima nostra e che neppure ora ritiriamo e non avremo mai la volontà di ritirarla.
Comprendi ora perché l'Inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazione giammai si scioglierà da noi.
Costretta, aggiungo che Dio è misericordioso persino verso di noi. Dico "costretta", poiché anche se dico queste cose volutamente, pure non mi è permesso di mentire, come volentieri vorrei. Molte cose le affermo contro la mia volontà. Anche la foga d'improperi, che vorrei vomitare, la devo strozzare.
Dio fu misericordioso verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la nostra malvagia volontà, come noi saremmo stati pronti a fare. Ciò avrebbe aumentato le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzi tempo, come me, o fece intervenire altre circostanze mitiganti.
Ora egli si dimostra misericordioso verso di noi col non costringerci ad avvicinarci a lui più di quanto lo siamo in questo remoto luogo infernale; ciò diminuisce il tormento.
Ogni passo che mi portasse più vicino a Dio, mi cagionerebbe una pena maggiore di quella che a te recherebbe un passo più vicino ad un rogo ardente.
Ti sei spaventata, quando io una volta, durante il passeggio, ti raccontai che mio padre, pochi giorni avanti la tua prima Comunione, mi aveva detto: "Annettina, cerca di meritarti un bel vestitino: il resto è una montatura".
Per il tuo spavento quasi mi sarei perfino vergognata. Ora ci rido sopra.
L'unica cosa ragionevole in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo a dodici anni. Io allora ero abbastanza presa dalla mania dei divertimenti mondani, così senza scrupoli mettevo in un canto le cose religiose e non diedi grande importanza alla prima Comunione.
Che parecchi bambini vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in furore. Noi facciamo di tutto per dare ad intendere alla gente che ai bambini manca una cognizione adeguata. Essi devono prima commettere alcuni peccati mortali.
Allora la bianca Particola non fa più in essi gran danno, come quando nei loro cuori vivono ancora la fede, la speranza e la carità - puh! questa roba - ricevute nel Battesimo. Ti ricordi come abbia già sostenuto sulla terra questa opinione?
Ho accennato a mio padre. Egli era sovente in lite con la mamma. Te ne feci allusione solo raramente; me ne vergognavo. Cosa ridicola la vergogna del male! Per noi qui tutto è lo stesso.
I miei genitori neanche dormivano più nella medesima camera; ma io con la mamma e il papà nella camera attigua, dove poteva rincasare liberamente a qualsiasi ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il nostro patrimonio. Le mie sorelle erano ambedue impiegate e abbisognavano esse stesse, dicevano, del denaro che guadagnavano. La mamma cominciò a lavorare per guadagnare qualche cosa.
Nell'ultimo anno di vita papà batteva spesso la mamma, quando lei non gli voleva dar nulla. Verso di me, invece, fu sempre amorevole. Un giorno - te l'ho raccontato e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa non ti sei urtata nei miei riguardi?) - un giorno dovette portare indietro, per ben due volte, le scarpe comprate, perché la forma e i tacchi non erano per me abbastanza moderni.
La notte in cui mio padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa che io per timore di una interpretazione disgustosa non riuscii a confidarti. Ma ora devi saperlo. E’ importante per questo: allora per la prima volta fui assalita dal mio spirito tormentatore attuale.
Dormivo in una camera con mia madre: i suoi respiri regolari dicevano il suo profondo sonno.
Quand'ecco mi sento chiamare per nome.
Una voce ignota mi dice: "Che sarà se muore papà?
L’amore nelle anime in stato di grazia
Non amavo più mio padre, dacché trattava così villanamente la mamma; come del resto non amavo fin d'allora assolutamente nessuno, ma ero solamente, affezionata ad alcune persone. che erano buone verso di me. L'amore senza speranza di contraccambio terreno vive solo nelle anime in stato di Grazia. E io non lo ero.
Così risposi alla misteriosa domanda.senza darmi conto donde venisse: "Ma non muore mica!".
Dopo una breve pausa, di nuovo la stessa domanda chiaramente percepita. "Ma non muore mica!" mi scappò ancora di bocca, bruscamente.
Per la terza volta fui richiesta: "Che cosa sarà se muore tuo padre?". Mi si presentò alla mente come papà spesso veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava, maltrattava la mamma e come egli ci aveva messo in una condizione umiliante dinanzi alla gente. Perciò gridai indispettita: "E gli sta bene!". Allora tutto tacque.La mattina seguente, quando la mamma volle mettere in ordine la stanza del babbo, trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio padre,mezzo vestito, giaceva cadavere sul letto. Nell'andare a prendere la birra in cantina.doveva essersi buscato qualche accidente. Era già da lungo tempo malaticcio.
Marta K... e tu mi avete indotta a entrare nell' Associazione delle Giovani. Veramente non ho mai nascosto che trovavo abbastanza intonate con la moda parrocchiale le istruzioni delle due direttrici, le signore X...
I giuochi erano divertenti. Come sai, vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi andava a genio.
Anche le gite mi piacevano. Mi lasciai perfino indurre alcune volte ad andare alla Confessione e alla Comunione.
A dire il vero, non avevo nulla da confessare. Pensieri e discorsi per me non avevano importanza. Per azioni più grossolane, non ero abbastanza corrotta.
Tu mi ammonisti una volta: "Anna, se non preghi, vai alla perdizione!".
Io pregavo davvero poco e anche questo, solo svogliatamente.
Allora tu avevi purtroppo ragione. Tutti coloro che bruciano nell'Inferno non hanno pregato o non hanno pregato abbastanza.
Il primo passo verso Dio
La preghiera è il primo passo verso Dio. E rimane il passo decisivo. Specialmente la preghiera a Colei che fu Madre di Cristo.il nome della quale noi non nominiamo mai.
La devozione a Lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli consegnerebbe infallibilmente nelle mani.
Proseguo il racconto consumandomi d’ira. E' solo perché devo. Pregare è la cosa più facile che l'uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima Dio ha legato la salvezza di ognuno.
A chi prega con perseveranza Egli a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera tale, che alla fine anche il peccatore più impantanato si può definitivamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al collo.
Negli ultimi tempi della mia vita non ho più pregato come di dovere e così mi sono privata delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi.
Qui non riceviamo più nessuna grazia. Anzi, quand'anche le ricevessimo, le rifiuteremmo cinicamente. Tutte le fluttuazioni dell'esistenza terrena sono cessate in quest'altra vita.
Da voi sulla terra l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Grazia e dalla Grazia cadere nel peccato, spesso per debolezza, talvolta per malizia.
Con la morte questo salire e scendere finisce, perché ha la sua radice nella imperfezione dell'uomo terreno. Ormai abbiamo raggiunto lo stato finale.
Già col crescere degli anni i cambiamenti divengono più rari. E’ vero, fino alla morte si può sempre rivolgersi a Dio o rivolgergli le spalle. Eppure, quasi trascinato dalla corrente, l'uomo, prima del trapasso, con gli ultimi deboli resti della volontà, si comporta come era abituato in vita.
La consuetudine, buona o cattiva, diviene una seconda natura. Questa lo trascina con sé.
Cosi avvenne anche a me. Da anni vivevo lontana da Dio. Per questo nell'ultima chiamata della Grazia mi risolvetti contro Dio.
Non fu il fatto che peccassi spesso a esser fatale per me, ma che io non volli più risorgere.
Tu mi hai più volte ammonita di ascoltare le prediche, di leggere libri di pietà.
"Non ho tempo", era la mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per aumentare la mia incertezza interna!
Del resto devo constatare questo: dal momento che la cosa era ormai cosi avanzata, poco prima della mia uscita dall'Associazione delle Giovani, mi sarebbe riuscito enormemente gravoso mettermi su un'altra via. Io mi sentivo malsicura ed infelice. Ma davanti alla conversione si ergeva una muraglia.
Tu non lo devi aver sospettato. Tu te l'eri rappresentata così semplice, quando un giorno mi dicesti: "Ma fa una buona confessione, Anna, e tutto è a posto".
Io sentivo che sarebbe stato così. Ma il mondo, il demonio, la carne mi tenevano già troppo saldamente nei loro artigli.
Il demonio influisce sulle persone
All'influsso del demonio non credetti mai. E ora attesto che egli influisce gagliardamente sulle persone che si trovano nella condizione in cui mi trovavo io allora.
Soltanto molte preghiere, di altri e di me stessa, congiunte con sacrifici e sofferenze, mi avrebbero potuta strappare da lui. E anche ciò, a poco a poco. Se ci sono pochi ossessi esternamente, di ossessi internamente ce n'è un formicaio. Il demonio non può rapire la libera volontà a coloro che si danno al suo influsso. Ma in pena della loro, per dir così, metodica apostasia da Dio, questi permette che il "maligno" si annidi in essi.
lo odio anche il demonio. Eppure egli mi piace, perché cerca di rovinare voialtri; odio lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del tempo.
Essi si contano a milioni. Girovagano per la terra, densi come uno sciame di moscerini, e voi neanche ve ne accorgete.
Non tocca a noi riprovati di tentarvi; questo è ufficio degli spiriti decaduti.
Veramente ciò accresce ancor più il tormento ogni volta che essi trascinano quaggiù all'Infemo un'anima umana. Ma che cosa non fa l'odio?
Benché io camminassi per sentieri lontani da Dio, Dio mi seguiva.
Preparavo la via alla Grazia con atti di carità naturale, che compivo non di rado per inclinazione del mio temperamento.
Talvolta Dio mi attirava in una chiesa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando curavo la mamma malaticcia, nonostante il lavoro d'ufficio durante il giorno, e in certo modo mi sacrificavo davvero, questi allettamenti di Dio agivano potentemente.
Una volta, nella chiesa dell'ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa del mezzogiorno, mi venne qualcosa addosso che sarebbe bastato un solo passo per la mia conversione: io piansi!
Ma poi la gioia del mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia.
Il grano soffocava tra le spine.
L'ultimo rifiuto
Con la dichiarazione che la religione è affare di sentimento, come si diceva sempre in ufficio, cestinai anche questo invito della Grazia come tutti gli altri.
Una volta tu mi rimproverasti perché invece di una genuflessione fino a terra, feci appena un informe inchino, piegando il ginocchio. Tu Io ritenesti un atto di pigrizia. Non sembrasti neppur sospettare
che io fin d'allora non credevo più nella presenza di Cristo nel Sacramento.
Ora ci credo, ma solo naturalmente,come si crede in un temporale di cui si scorgono gli effetti.
Intanto mi ero accomodata io stessa una religione a mio modo.
Sostenevo l'opinione, che da noi in ufficio era comune, che l'anima dopo la morte risorga in un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare senza fine.
Con ciò l'angosciosa questione dell'al di là era insieme messa a posto e resa a me innocua.
Perché tu non mi hai ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, in cui il narratore, Cristo, manda, immediatamente dopo la morte, l'uno all'Inferno e l'altro in Paradiso?... Del resto, che cosa avresti ottenuto? Nulla di più che con gli altri tuoi discorsi di bigottismo!
A poco a poco mi creai io stessa un Dio; sufficientemente dotato da essere chiamato Dio; lontano abbastanza da me, da non dover mantenere nessuna relazione con lui; vago abbastanza da lasciarsi, secondo il bisogno, senza mutar la mia religione, paragonare a un dio panteistico del mondo, oppure da lasciarsi poetizzare come un dio solitario. Questo Dio non aveva nessun Inferno da infliggermi. Lo lasciavo in pace. In ciò consisteva la mia adorazione per Lui.
Ciò che piace si crede volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza convinta della mia religione. In questo modo si poteva vivere.
Una cosa soltanto mi avrebbe spezzato la cervice: un lungo, profondo dolore. E questo dolore non venne!
Comprendi ora cosa vuol dire: "Dio castiga quelli che ama!"
Era una domenica di luglio, quando l'Associazione delle Giovani organizzò una gita a * * *. La gita mi sarebbe piaciuta. Ma questi insulsi discorsi, quel fare da bigotti!
Un altro simulacro ben diverso da quello della Madonna di * * * stava da poco tempo sull'altare del mio cuore. L'aitante Max N... del negozio attiguo. Poco tempo prima avevamo scherzato assieme più volte.
Appunto per quella domenica egli mi aveva invitata ad una gita. Quella con cui andava di solito, giaceva malata all'ospedale.
Egli aveva ben capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo allora. Era bensì agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tutte le ragazze. E io, fino a quel tempo, volevo un uomo che appartenesse unicamente a me. Non solo essere moglie, ma moglie unica. Un certo galateo naturale, infatti, l'ebbi sempre.
Nella su accennata gita Max si profuse in gentilezze. Eh! già, non si tennero mica delle conversazioni pretesche come tra voialtre!
Dio "pesa" con precisione
Il giorno seguente, in ufficio, tu mi facesti dei rimproveri, perché non ero venuta con voi a ***. lo ti descrissi il mio divertimento di quella domenica.
La tua prima domanda fu: "Sei stata alla Messa?". Sciocchina! Come potevo, dato che la partenza era già fissata per le sei?!
Sai ancora come io, eccitata, aggiunsi: "Il buon Dio non ha una mentalità così piccina come i vostri pretacci!".
Ora devo confessare: Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con maggior precisione che tutti i preti.
Dopo quella giornata con Max, venni ancora una volta nell'Associazione: a Natale, per la celebrazione della festa. C'era qualche cosa che mi allettava a tornare. Ma internamente mi ero già allontanata da voialtre.
Cinema, ballo, gite si avvicendavano senza tregua. Max e io bisticciammo alcune volte, ma seppi incatenarlo di nuovo a me.
Molestissirna mi riuscì l'altra amante, che tornata dall'ospedale si comportò come un'ossessa. Veramente per mia fortuna: poiché la mia nobile calma fece potente impressione su Max, che fini col decidere che io fossi la preferita.
Avevo saputo rendergliela odiosa, parlando freddamente: all'esterno positiva, nell'interno vomitando veleno. Tali sentimenti e tale contegno preparano eccellentemente per l'Inferno. Sono diabolici nel più stretto senso della parola.
Perché ti racconto ciò? Per riferire come io mi staccai definitivamente da Dio.
Non già del resto, che tra me e Max si fosse arrivati molto spesso fino agli estremi della familiarità. Comprendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi seppi trattenere.
Ma in sé, ogni volta che lo ritenevo utile, ero sempre pronta a tutto. Dovevo conquistare Max. A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco, ci amavamo possedendo ambedue non poche preziose qualità, che ci facevano stimare vicendevolmente. lo ero abile, capace, di piacevole compagnia. Così mi tenni saldamente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del matrimonio, a essere l'unica a possederlo.
"Mi ritenevo cattolica..."
In ciò consistette la mia apostasìa a Dio: elevare una creatura a mio idolo. In nessuna cosa può avvenire questo, in modo che abbracci tutto, come nell'amore di una persona dell'altro sesso, quando quest'amore rimane arenato nelle soddisfazioni terrene.
E’ questo che forma la sua attrattiva. il suo stimolo e il suo veleno.
L"'adorazione", che io tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne per me religione vissuta.
Era il tempo in cui in ufficio mi scagliavo velenosa contro i chiesaioli, i preti, le indulgenze, il biascichio dei rosari e simili sciocchezze.
Tu hai cercato, più o meno argutamente, di prendere le difese di tali cose. Apparentemente, senza sospettare che nel più intimo di me non si trattava, in verità, di queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia coscienza allora avevo bisogno di un tale sostegno per giustificare anche con la ragione la mia apostasìa.
In fondo in fondo, mi rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritenevo ancora cattolica. Volevo anzi essere chiamata così; pagavo perfino le tasse ecclesiastiche. Una certa "contro-assicurazione", pensavo, non poteva nuocere.
Le tue risposte può darsi alle volte abbiano colpito nel segno. Su di me non facevano presa, perché tu non dovevi avere ragione.
A causa di queste relazioni falsate fra noi due, fu meschino il dolore del nostro distacco, allorché ci separammo in occasione del mio matrimonio.
Prima dello sposalizio mi confessai e comunicai ancora una volta. Era prescritto. lo e mio marito su questo punto la pensavamo ugualmente. Perché non avremmo dovuto compiere questa formalità? Anche noi la compimmo come le altre formalità.
Voi chiamate indegna una tale Comunione. Ebbene, dopo quella Comunione "indegna", io ebbi più calma nella coscienza. Del resto fu anche l'ultima.
La nostra vita coniugale trascorreva, in genere, quanto mai in grande armonia. Su tutti i punti di vista noi eravamo dello stesso parere. Anche in questo: che non volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio marito ne avrebbe volentieri voluto uno; non di più, si capisce. Alla fine io seppi distoglierlo anche da questo desiderio.
Vestiti, mobili di lusso, ritrovi da tè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni mi importavano di più.
Fu un anno di piacere sulla terra quello trascorso tra il mio sposalizio e la mia repentina morte.
Ogni domenica andavamo fuori in auto, oppure facevamo visite ai parenti di mio marito. Essi galleggiavano alla superficie dell'esistenza, né più né meno di noi.
Internamente, si capisce, non mi sentii mai felice, per quanto esternamente ridessi. C'era sempre dentro di me qualche cosa d'indeterminato, che mi rodeva. Avrei voluto che dopo la morte, la quale naturalmente doveva essere ancora molto lontana, tutto fosse finito.
Ma è proprio cosi, come un giorno, da bambina, sentii dire in una predica: che Dio premia ogni opera buona che uno compie e, quando non la potrà ricompensare nell'altra vita, lo farà sulla terra.
Inaspettatamente ebbi un'eredità dalla zia Lotte. A mio marito riuscì felicemente di portare il suo stipendio a una cifra notevole. Così potei sistemare la nuova abitazione in modo attraente.
La religione non mandava più che da lontano la sua voce, scialba, debole ed incerta.
I caffè della città, gli alberghi, in cui andavamo durante i viaggi, non ci portavano certamente a Dio.
Tutti coloro che frequentavano quei luoghi, vivevano, come noi, dall'esterno all'interno, non dall'interno all'esterno.
Se nei viaggi delle ferie visitavamo qualche chiesa, cercavamo di ricrearci nel contenuto artistico delle opere. L'alito religioso che spiravano, specialmente quelle medioevali, sapevo neutralizzarlo col criticare qualche circostanza accessoria: un frate converso impacciato o vestito in modo non pulito, che ci faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i quali volevano passare per pii, vendessero liquori; l'eterno scampanio per le sacre funzioni, mentre non si tratta che di far soldi...
Il fuoco dell'inferno
Così seppi continuamente scacciare da me la Grazia ogni volta che bussava.
Lasciavo libero sfogo al mio malumore in modo particolare su certe rappresentazioni medioevali dell'Inferno nei cimiteri o altrove. nelle quali il demonio arrostisce le anime in braghe rosse e incandescenti, mentre i suoi compagni, dalle lunghe code, gli trascinano nuove vittime. Clara! L'Inferno si può sbagliare a disegnarlo, ma non si esagera mai!
Il fuoco dell'Inferno l'ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai come durante un alterco, in proposito. ti tenni una volta un fiammifero sotto il naso e ti dissi con sarcasmo: "Ha questo odore?".
Tu spegnesti in fretta la fiamma. Qui non la spegne nessuno. lo ti dico: il fuoco di cui si parla nella Bibbia, non significa tormento della coscienza. Fuoco è fuoco! è da intendersi letteralmente ciò che ha detto Lui: "Via da me, maledetti, nel fuoco eterno!". Letteralmente.
"Come può lo spirito essere toccato da fuoco materiale", domanderai. Come può l'anima tua soffrire sulla terra quando ti metti il dito sulla fiamma? Difatti non brucia l'anima; eppure che tormento ne prova tutto l'individuo!
In modo analogo noi qui siamo spiritualmente legati al fuoco, secondo la nostra natura e secondo le nostre facoltà. L'anima nostra è priva del suo naturale battito d'ala, noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come vogliamo.
Non meravigliarti di queste mie parole. Questo stato, che a voialtri non dice nulla mi riarde senza consumarmi.
Il nostro maggior tormento consiste nel sapere con certezza che noi non vedremo mai Dio.
Come può questo tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così indifferente?
Fintanto che il coltello giace sulla tavola, ti lascia fredda. Si vede quanto è affilato, ma non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a gridare dal dolore. Adesso noi sentiamo la perdita di Dio, prima la pensavamo soltanto.
Non tutte le anime soffrono in misura uguale.
Con quanta maggior cattiveria e quanto più sistematicamente uno ha peccato, tanto più grave pesa su di lui la perdita di Dio e tanto più lo soffoca la creatura di cui ha abusato.
I cattolici dannati soffrono di più che quelli di altre religioni, perché essi per lo più ricevettero e calpestarono più grazie e più luce. Chi più seppe, soffre più duramente di chi conobbe meno. Chi peccò per malizia, patisce più acutamente di chi cadde per debolezza.
L'abitudine: una seconda natura
Mai nessuno patisce più di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io avrei un motivo d'odiare!
Tu mi dicesti un giorno che nessuno va all'Inferno senza saperlo: ciò sarebbe stato rivelato a una santa. lo me ne risi. Ma poi mi trincerai dietro questa dichiarazione:
"Così in caso di necessità rimarrà abbastanza tempo di fare una voltata", mi dicevo segretamente.
Quel detto è giusto. Veramente prima della mia subitanea fine, non conobbi l'Inferno com'è. Nessun mortale lo conosce. Ma io ne avevo la piena coscienza: "Se muori, te ne vai nel mondo di là dritta come una freccia contro Dio. Ne porterai le conseguenze".
lo non feci dietro-front, come ho già detto, perché trascinata dalla corrente dell'abitudine, spinta da quella conformità per cui gli uomini, quanto più invecchiano, tanto più agiscono in una stessa direzione.
La mia morte avvenne così. Una settimana fa parlo secondo il vostro computo, perché, rispetto al dolore, potrei dire benissimo che son già dieci anni che brucio nell'Inferno. Una settimana fa, dunque, mio marito e io facemmo di domenica una gita, l'ultima per me.
Il giorno era spuntato radioso. Mi sentivo bene quanto mai. M'invase un sinistro sentimento di felicità, che serpeggiò in me per tutta la giornata.
Quand'ecco all'improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un'auto che veniva di volata. Perdette il controllo.
"Jesses" mi scappò dalle labbra con un brivido. Non come preghiera, solo come grido. Un dolore straziante mi compresse tutta. In confronto con quello presente una bagatella. Poi perdetti i sensi.
Strano! Quella mattina era sorto in me, in modo inspiegabile, questo pensiero: "Tu potresti ancora una volta andare a Messa". Suonava come un'implorazione.
Chiaro e risoluto, il mio "no" trovò il filo dei pensieri. "Con queste cose bisogna farla finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze!" - Ora le porto.
Ciò che avvenne dopo la mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di mia madre, ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio funerale mi son noti nei loro particolari mediante cognizioni naturali che noi qui abbiamo.
Quello, del resto, che succede sulla terra, noi lo sappiamo solo nebulosamente. Ma ciò che in qualche modo ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo anche dove tu soggiorni.
Io stessa mi svegliai improvvisamente dal buio, nell'istante del mio trapasso. Mi vidi come inondata da una luce abbagliante.
Fu nel luogo medesimo dove giaceva il mio cadavere. Avvenne come in un teatro, quando nella sala d'un tratto si spengono le luci, il sipario si divide rumorosamente e si apre una scena inaspettata orribilmente illuminata. La scena della mia vita.
Come in uno specchio l'anima mia si mostrò a se stessa. Le grazie calpestate dalla giovinezza fino all'ultimo "no" di fronte a Dio.
lo mi sentii come un assassino. al quale. durante il processo giudiziario, viene portata dinanzi la sua vittima esanime. Pentirmi? Mai!... Vergognarmi? Mai!
Però non potevo neppure resistere sotto gli occhi di Dio da me rigettato. Non mi rimaneva che una cosa: la fuga.
Come Caino fuggi dal cadavere di Abele, così l'anima mia fu spinta da quella vista di orrore.
Questo fu il giudizio particolare: l'invisibile Giudice disse: "Via da me!".
Allora la mia anima, come un'ombra gialla di zolfo, precipitò nel luogo dell'eterno tormento...
Conclude Clara:
La mattina, al suono dell'Angelus, ancora tutta tremante per la notte spaventosa, mi alzai e corsi per le scale nella cappella.
Il cuore mi pulsava fin sulla gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a me, mi guardarono, ma forse pensarono che fossi così eccitata per la corsa.fatta giù per le scale.
Una signora bonaria di Budapest, che mi aveva osservato, mi disse dopo sorridendo: - Signorina, il Signore vuol essere servito con calma, non di corsa!
Ma poi si accorse che qualcosa d'altro mi aveva eccitato e mi teneva ancora in agitazione. E mentre la signora mi rivolgeva altre buone parole, io pensavo: Dio solo mi basta!
Sì, Egli solo mi deve bastare in questa e nell'altra vita. Voglio un giorno poterlo godere in Paradiso, per quanti sacrifici mi possa costare in terra. Non voglio andare all'Inferno!
Testimonianza di GLORIA POLO
Oggi si parla tanto della Misericordia di Dio e dell’inferno non si parla più, come se la Misericordia avesse annullato la divina giustizia, ma ahimé non è proprio così. Se qualcuno ha dubbi sull’inferno legga la testimonianza di Gloria Polo, una donna colombiana che, ridotta in fin di vita dopo essere stata colpita da un fulmine, ha sperimentato il giudizio di Dio che le ha mostrato il posto che l’attendeva all’inferno, malgrado si ritenesse una buona cristiana e andasse a messa ogni domenica.
Dio le ha concesso di guarire per raccontare la sua testimonianza. Oggi Gloria non è più una cristiana tiepida: ha visto l’inferno e, sebbene sia segnata da enormi cicatrici, continua a esercitare la professione di medico dentista e viaggia molto per dare la sua testimonianza a migliaia di persone, con l’autorizzazione della Chiesa.
Qui riportiamo in sintesi la testimonianza che ha dato in una chiesa di Caracas (Venezuela), il 5 maggio 2005, nel decimo anniversario del tragico evento di cui è stata protagonista.
Si tratta di un fatto realmente accaduto, che fa molto riflettere. Nel corso della storia spesso Dio ha concesso a mistici e veggenti (tra cui i pastorelli di Fatima, Suor Faustina Kolwalska e molti altri…) di vedere l’inferno, per ricordare al mondo che il peccato può avere come tragico epilogo la dannazione eterna. Il peccato non è uno scherzo.
L’inferno tuttavia non è prerogativa solo di chi compie il male, ma anche di chi omette di compiere il bene, come il ricco epulone del vangelo, e di chi si sente a posto con Dio ed ha addirittura fama di persona santa, come Gloria Polo e la stessa Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa, che vide il posto dell’inferno che avrebbe meritato, se avesse continuato a percorrere la via in discesa che aveva imboccato a un certo punto della vita.
Nulla di strano, dunque, che ogni tanto la Divina Provvidenza richiami il mondo sul dogma dell’inferno, per ricordare che è un pericolo reale e concreto e ci inviti a tenere la lampada accesa, in attesa del ritorno dello Sposo, nel momento della morte.
Spiega Joseph Ratzinger: «La vera linea di confine tra la morte e la vita non è tracciata dalla morte biologica, ma scorre tra l’“essere-con-Colui-che-è-la-vita” e l’isolamento, che rifiuta questo “essere-con-Lui”».
Patrizia Cattaneo
Carbonizzata da un fulmine
E’ accaduto il 5 maggio 1995, all’Università Nazionale di Bogotà. Racconta Gloria Polo: «Io e mio cugino di 23 anni, anch’egli dentista come me, stavamo studiando per prendere la specializzazione. Quel giorno verso le 16.30 camminavamo con mio marito verso la Facoltà di odontoiatria, per cercare alcuni libri di cui avevamo bisogno. Mio cugino ed io ci riparavamo dalla pioggia sotto un piccolo ombrello, mentre mio marito indossava un impermeabile e, per ripararsi meglio, camminava rasentando la parete della Biblioteca Generale. Noi due saltavamo da una parte all’altra per evitare le pozzanghere, avvicinandoci così agli alberi: mentre ne saltavamo una piuttosto grande, ci colpì un fulmine. Mio cugino morì sul colpo (…).
Quanto a me, il fulmine mi entrò dal braccio, bruciandomi orrendamente tutto il corpo: in pratica mi sparì la carne; così anche i seni, specialmente il sinistro, al posto del quale rimase un buco. La folgore fece sparire la carne del mio ventre, delle gambe, delle costole, carbonizzò il fegato, bruciò gravemente i reni, i polmoni, le ovaie… e uscì dal piede destro.
Per la contraccezione usavo la spirale, e, poiché il rame di cui è composta è un buon conduttore elettrico, il fulmine mi carbonizzò anche le ovaie, che divennero come due acini d’uva passa.
Rimasi in arresto cardiaco, praticamente senza vita, con il corpo che saltava a causa dell’elettricità ancora presente in quel luogo. Questo corpo, che voi vedete qui, adesso, questo corpo ricostruito, è frutto della misericordia di Dio. Ma questa è solo la parte fisica….
Gloria credeva nella reincarnazione, ma durante l’esperienza dell’aldilà, causata dall’arresto cardiaco, si accorge degli errori di questa falsa dottrina e racconta: «In un unico istante, vidi tutte le persone della mia vita, quelle vive e quelle defunte. Potei abbracciare i miei bisnonni, i nonni, i genitori (che erano morti)… tutti! Fu un momento di pienezza meravigliosa. Compresi allora di essermi ingannata con la storia della reincarnazione… E poi, ora che non avevo più il corpo, era stupendo vedere le persone in un modo del tutto nuovo. Prima, infatti, sapevo solo criticare: se uno era grasso, magro, brutto, elegante, ecc.; quando parlavo degli altri, dovevo sempre fare qualche critica. Adesso no: adesso vedevo le persone dal di dentro, e com’era bello… Mentre li abbracciavo, vedevo i loro pensieri, i loro sentimenti…».Gloria vede anche un luogo bellissimo, il Paradiso, dove il cugino, stroncato dal fulmine, sta entrando, ma sente che lei non può varcare quella soglia e che quel luogo non è per lei. Suo cugino in vita era stato molto santo. Intanto vede anche i medici intorno al suo corpo carbonizzato che tentano di rianimarlo e vede il dolore di suo marito e dei suoi figli. «Ma io non volevo tornare! » prosegue, «Quella pace, quella gioia di cui ero avvolta mi affascinavano». Ma per lei inizia il giudizio particolare. Gloria era stata una donna mondana, intellettuale, schiava del corpo, della bellezza e della moda. Dedicava quattro ore al giorno all’aerobica: «Questa era la mia vita, una routine di schiavitù per avere un bel corpo. Dicevo sempre: se ho un bel seno, è per mostrarlo; perché nasconderlo? Lo stesso dicevo delle mie gambe, perché sapevo di avere delle belle gambe… Ma in un istante vidi con orrore come tutta la mia vita era stata solo una continua e inutile cura del corpo. Perché questo era il centro della mia vita: l’amore per il mio corpo. E adesso, non avevo più un corpo! Al posto del seno avevo due buchi impressionanti, soprattutto il sinistro, che era praticamente scomparso. Le gambe erano terribili a vedersi, come a brandelli, senza carne, nere come il carbone. Notare: le parti del corpo che più curavo e stimavo, furono quelle che rimasero completamente bruciate e letteralmente senza carne». Gloria era stata una cattolica tiepida. Malgrado non avesse perso più di 5 messe domenicali in tutta la sua vita, la sua relazione con Dio si riduceva ai 25 minuti della funzione settimanale: «Per questo tutte le correnti del mondo mi trascinavano: mi mancò la protezione della preghiera fatta con fede, anche nella messa! Un giorno udii un sacerdote affermare che non esiste l’inferno, e nemmeno i demoni! Quando sentii che l’inferno non esiste, dissi immediatamente: benissimo, se tutti andiamo in Cielo, non importa quello che siamo o quello che facciamo! Questo provocò il mio allontanamento totale dal Signore. Mi allontanai dalla Chiesa e cominciai a dire parolacce… Non avevo più paura del peccato, così cominciai a guastare la mia relazione con Dio. Iniziai a dire a tutti che i demoni non esistono, che sono invenzioni dei preti, che sono manipolazioni della Chiesa, ed infine arrivai a dire che Dio non esiste, che siamo un prodotto dell’evoluzione, riuscendo ad influenzare molta gente!».
Sull’orlo dell’inferno Mentre Gloria vede il suo corpo esanime in sala operatoria, una torma di demoni la circonda per presentarle il conto, perché in vita aveva accettato le loro offerte di peccato! E ammonisce: «Queste offerte non sono gratis! Si pagano! Comprendevo che a ciascun demone dovevo qualcosa, che il peccato non è gratuito, e che la principale menzogna del demonio è dire che non esiste per lavorarci a suo piacimento; mi resi conto che invece esiste, e veniva a cercarmi! Immaginatevi lo spavento, il terrore! La mia mente scientifica e intellettuale lì non serviva a niente. Cercavo di rientrare nel mio corpo, ma la mia carne non mi riceveva, e lo spavento era terribile! ». Gloria, sempre più atterrita, si sente infine risucchiare verso il basso in una specie di tunnel: «Al principio c’era ancora un po’ di luce, vedevo come alveari in cui si trovava tantissima gente: giovani, vecchi, uomini, donne, che piangevano, e con urla spaventose stridevano i denti… Io sempre più sconvolta, continuavo a scendere, mentre la luce andava via via perdendosi, finché arrivai a una oscurità che non si può paragonare a nulla. In confronto, l’oscurità più buia della terra non è neppure paragonabile al pieno sole di mezzogiorno. Laggiù, quella stessa oscurità genera dolore, orrore, vergogna, e puzza terribilmente. È un’oscurità vivente, là niente è morto o inerte. Ero disperata, con la ferma volontà di uscire da quel luogo: la stessa volontà che avevo di salire nella vita, ma che ora non mi serviva a niente, perché lì stavo e lì rimanevo. A un certo punto vidi aprirsi il suolo, e sotto di me un baratro spaventoso. La cosa più agghiacciante era che, da lì in giù, non si avvertiva nemmeno una goccia di Amore di Dio, né di speranza. Gridavo terrorizzata. Sapevo che, se fossi entrata, avrei continuato a scendere, senza poter mai più risalire. Era, questa, la morte spirituale per la mia anima». Ma in quell’orrore così grande, San Michele Arcangelo l’afferra durante la caduta e Gloria resta come sospesa all’ingresso dell’inferno: «Quando arrivai lì, la luce che ancora restava nel mio spirito, infastidì quei demoni; tutti gli orripilanti esseri immondi che abitano là, immediatamente si attaccarono a me. Quegli esseri orribili erano come larve, come sanguisughe che cercavano di tappare la luce. Immaginatevi l’orrore nel vedermi coperta da tali creature… Io gridavo, gridavo come una pazza! Quelle cose bruciavano! Fratelli, sono tenebre vive, è un odio che brucia, che divora, ci mette a nudo. Non ci sono parole per descrivere quell’orrore! ». Allora Gloria incominciò a gridare: «Ma qui c’è un errore! Guardate che io sono una santa! Io non ho mai rubato! Non ho mai ucciso! Non facevo male a nessuno! Anzi spesso aggiustavo i denti gratis a chi era nel bisogno, facevo la spesa e donavo ai poveri! Cosa ci faccio qui?! Io sono cattolica! Tiratemi fuori da qui!
Allora vidi una piccola luce, e guardate che una lucina per quanto piccola, in quelle tenebre, è il massimo, è il più grande regalo che si possa ricevere. In cima a questa voragine vedo dei gradini e mio padre (morto 5 anni prima) quasi all’entrata dell’abisso [nda: cioè nella parte più bassa del purgatorio]. Aveva un pochino più di luce e , quattro gradini più in alto, vidi mia madre, con moltissima più luce, assorta in preghiera… Quando lei guardò verso di me, vidi il dolore nei suoi occhi, ma nello stesso tempo niente le toglieva la pace e la dolcezza del volto, nemmeno una lacrima! Compresi con orrore che essi non potevano tirarmi fuori di lì! Compresi che erano lì [in Purgatorio] per rendere conto al Signore dell’educazione che mi avevano dato. Essi erano i tutori, ai quali era stato affidato il compito di custodire i talenti che Dio mi aveva donato. Con la loro vita e la loro testimonianza, dovevano proteggermi dagli attacchi di Satana. E dovevano alimentare le grazie che Dio aveva posto in me attraverso il battesimo. Tutti i genitori sono i custodi dei talenti che Dio dà ai loro figli».
Il giudizio di Dio
«Quando urlai di nuovo che ero cattolica, udii una Voce, così dolce, ma così dolce e così bella, che riempì tutto di pace e d’amore, e fece sussultare la mia anima. Quelle orribili creature che mi stavano appiccicate, all’udirla, si prostrarono immediatamente in adorazione, e chiesero il permesso di ritirarsi, perché non resistevano alla dolcezza della Voce del Signore. Quindi vidi la Vergine Santissima prostrata ai piedi di Cristo, che raccoglieva tutte le preghiere che il popolo della mia terra faceva per me, e gliele consegnava. Quella Voce così bella mi dice: “Molto bene, se tu sei cattolica, dimmi quali sono i comandamenti di Dio!”.
Pensate lo spavento! Quella domanda proprio non me l’aspettavo! Sapevo solo che erano dieci e niente più! “E adesso, come me la cavo?” pensavo afflitta. Mi ricordai allora che mia madre diceva che il primo comandamento era l’amore, ne parlava sempre… L’amore a Dio e l’amore al prossimo. Così diedi questa risposta, sperando che bastasse! Pensavo di cavarmela così, come facevo sempre quand’ero in vita: avevo sempre la risposta pronta, riuscivo sempre a giustificarmi e a difendermi in modo tale che nessuno scopriva ciò che non sapevo. Pensavo di cavarmela allo stesso modo. E cominciai a dire: “Il primo comandamento è amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi”.
“Molto bene – mi disse il Signore – e tu hai amato?”
Tutta confusa, risposi: “Io… sì! Sì, io Sì. Sì!”
Ma quella Voce stupenda mi rispose: “No!!!”
Vi assicuro che quando mi disse “No!”, mi sentii fulminare davvero! Mi sentii nuda, caddero tutte le mie maschere, e rimasi allo scoperto. Quella Voce soave continuò: “No! Tu non hai amato il tuo Signore sopra ogni cosa, e tanto meno hai amato il tuo prossimo come te stessa! Ti sei fatta un Dio che hai modellato su di te, sulla tua vita. Solo nei momenti di estrema necessità o di sofferenza, ti ricordavi del tuo Signore. Allora t’inginocchiavi, piangevi, chiedevi, offrivi novene, ti proponevi di andare a Messa, domandando qualche grazia… Quand’eri povera, quando desideravi diventare una professionista, allora sì, tutti i giorni pregavi in ginocchio, ore intere, supplicando il Signore, chiedendomi che ti tirassi fuori da quella povertà, che ti permettessi di diventare qualcuno! Quando ti trovavi nella necessità e avevi bisogno di denaro, allora promettevi: “Prego il rosario, ma tu, Signore, concedimi un po’ di soldi!”. Questa era la relazione che avevi con Me! Mai hai mantenuto una promessa fatta, neanche una! Ed oltre a non mantenere le promesse, non Mi hai mai ringraziato!”.
La mia relazione con Dio era stile “bancomat”: io ci mettevo un rosario, e Lui doveva darmi in cambio denaro… e se non me lo dava mi ribellavo. Riconoscente? Io mai! Neppure un grazie per il nuovo giorno che Dio mi donava, per la salute o per la casa in cui abitavo. Neppure una preghiera di compassione per chi non ha casa, né ha da mangiare… Niente! Ingrata al massimo! Oltre tutto, diventavo sempre più incredula nei confronti di Dio, mentre credevo in venere e in mercurio, dicendo che gli astri dirigono la nostra vita. Cominciai a seguire tutte le dottrine che il mondo offre. Credevo, ad esempio, alla reincarnazione e dimenticai di essere costata un prezzo di Sangue al Signore Gesù.
Il Signore mi fece l’esame sui dieci Comandamenti, mostrandomi quella che ero: che cioè a parole dicevo di adorare e amare Dio, ma al contrario adoravo Satana. Nel mio ambulatorio veniva una signora che leggeva le carte, e faceva dei riti per attirare la fortuna, e io dicevo: “Non credo a queste cose, ma faccia pure, perché non si sa mai…”.
Così in un angolo mise un ferro di cavallo e una pianta di aloe, per allontanare la sfortuna, e altre cose del genere. Sapete cosa feci, permettendo questo? Aprii le porte ai demoni, perché entrassero a piacimento, e circolassero liberamente nel mio ambulatorio e nella mia vita. Guardate che tutto questo è vergognoso, Dio fece l’analisi di tutta la mia vita, alla luce dei dieci Comandamenti, mi mostrò quella che ero nei miei rapporti con il prossimo e con Lui. Adesso vedevo che, quando ingannavo qualcuno o mentivo, era come spergiurare, perché nel momento in cui dicevo: “Sono cattolica”, dichiaravo che Gesù Cristo era il mio Signore e allo stesso tempo davo testimonianza di menzogna e inganno! Come del resto non fui mai riconoscente ai miei genitori, per i loro sacrifici, affinché potessi avere una professione e riuscire nella vita.
Gesù continuò, mostrandomi che sposa ero: passavo tutto il giorno a brontolare, fin dal risveglio. Mio marito mi diceva: “Buona giornata!”. E io: “Forse lo sarà per te! Guarda come piove!”.
Quanto a santificare i giorni di festa, che spavento! Che dolore sentii! Gesù mi fece vedere come dedicassi quattro ore al mio corpo con la ginnastica, e neanche dieci minuti al giorno per Dio, né un ringraziamento, né una preghiera… no niente! Anzi, a volte addirittura recitavo il rosario a tutta velocità, durante l’intervallo della telenovela, senza prestare attenzione a quello che dicevo e senza elevare il cuore a Dio.
Gesù continuava a mostrarmi la mia pigrizia nell’andare a Messa. Quando mia madre mi obbligava ad andarci, le dicevo: “Ma se Dio è dappertutto, che bisogno c’è di andare a Messa?”. Avevo il Signore 24 ore al giorno per me, per tutta la mia vita Dio si prese cura di me, ed io ero troppo pigra per dedicarGli un po’ di tempo la domenica o per mostrarGli gratitudine… il peggio fu capire che frequentare la chiesa significava nutrire la mia anima. Io, invece, mi dedicai totalmente alla cura del mio corpo, divenni schiava della mia carne, e mi dimenticai che avevo un’anima! E mai mi curai di essa.
Inoltre non facevo che criticare i sacerdoti. Il Signore mi mostrò come si ridusse la mia anima a causa di tutte queste critiche. Adesso vedevo tutto il male che avevo fatto! La mia vergogna era così grande, che non ci sono parole per descriverla! Posso solo supplicarvi di non fare lo stesso: non criticate! Pregate! Vidi che tra le mancanze più gravi di cui si macchiò la mia anima, e che attirarono più maledizioni nella mia vita, ci fu il parlar male dei sacerdoti!
Solo attraverso il sacerdote abbiamo il sacramento della riconciliazione! Solo per suo tramite otteniamo il perdono delle nostre colpe. Sapete cos’è il confessionale? È un lavacro di anime! Non con acqua e sapone, ma con il Sangue di Cristo! Quando la mia anima era sudicia, nera a causa del peccato, se mi fossi confessata, sarebbe stata lavata con il Sangue di Cristo e avrei spezzato i lacci che mi tenevano legata al maligno. Anche se fossero grandi peccatori, i sacerdoti hanno il potere di assolvere i peccati. E il Signore mi mostrò come, dalla ferita del Suo costato, un’anima sale fino al Suo Cuore e torna monda. Adesso vedevo come la mia anima tornava pulita nella confessione, e per ogni peccato che confessai il Signore ruppe il legame che mi univa a Satana. E io, purtroppo, mi allontanai dalla confessione!
Questo avviene solo attraverso il sacerdote, perciò abbiamo l’obbligo e il dovere di pregare per loro, perché Dio li protegga, li illumini, e li guidi. Per tutti questi motivi il demonio odia terribilmente la Chiesa cattolica ed i preti.
Vidi anche che nel giorno del mio matrimonio, quando io e mio marito ricevemmo la Comunione, non eravamo più due, ma tre! Noi due e Gesù! Infatti, appena ci comunichiamo con Gesù, Egli ci unisce come una cosa sola! Ci pone nel Suo Cuore e diventiamo uno, formando con Lui una trinità santa! “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” e nessuno, fratelli, può separarlo! Quando qualcuno ha delle relazioni fuori dal matrimonio, subito gli spiriti maligni trasformano un figlio di Dio in uno schiavo della carne, dei suoi istinti, del suo appetito sessuale.
Quando qualcuno è infedele alle sue nozze, è infedele a Dio. Manca al giuramento che fece a Dio e alla persona che sposò. L’adulterio uccide in tante forme! E poi abbiamo anche il coraggio di protestare contro Dio, quando le cose non vanno bene! Quando pecchiamo così gravemente apriamo le porte a Satana e ci lamentiamo chiedendoci dov’è Dio, che permette questo o quello?! Una bella sfacciataggine, la nostra! Dio è la roccia che protegge il matrimonio. Guai a chi tenta di distruggere un matrimonio! Quando qualcuno ci prova, si scontra con la Roccia che è Cristo. Dio difende il matrimonio, non dubitatene mai! ».
Tuttavia a causa delle infedeltà matrimoniali del padre, Gloria aveva maturato un profondo risentimento verso di lui, consigliando alla madre il divorzio, ma lei rispondeva: «No, figlia mia, non posso; soffro , è vero, ma mi sacrifico per voi, figli miei. Voi siete sette e io sono una sola. E poi, se mi separassi, chi pregherebbe perché tuo padre si salvi? Infatti, il dolore e la sofferenza che mi procura, li unisco ai dolori che Gesù soffrì sulla Croce. Ogni giorno vado in chiesa, e davanti al tabernacolo dico: “Signore, questa sofferenza non è niente, la unisco a quella della Tua Croce, perché si salvino mio marito e i miei figli”. Affido tuo padre a Gesù, unitamente al rosario. Il demonio lo spinge verso il basso facendolo peccare, ma io lo spingo in alto con il rosario, lo porto davanti al Santissimo nel tabernacolo e dico a Gesù: “Signore, mio marito è qui: confido che non mi lascerai morire senza vederlo convertito”.
Sapete? Otto anni prima di morire mio padre si convertì! Si pentì, chiese perdono a Dio, e il Signore lo perdonò. Mio padre piangeva, là in purgatorio, e diceva: “Mi sono salvato grazie a 38 anni di preghiera di questa santa donna, che Dio mi diede come sposa!”. Mia madre passò 38 anni della sua vita a pregare per lui!”. Mio padre stava in purgatorio, nella parte più bassa, tra le grandi sofferenze, perché non riparò il suo peccato. Riparare il peccato è qualcosa che prendiamo poco sul serio, non ci pensiamo. Certo spesso non è possibile, ma proprio per questo Dio ci concede la grazia di riparare i nostri errori attraverso l’Eucaristia. Ogni volta che partecipiamo a una messa, il Signore ci dà la grazia di riparare il male che abbiamo commesso. Dio ci mostra, nell’aldilà, la conseguenza dei nostri peccati, del male che abbiamo fatto al prossimo, persino di uno sguardo cattivo, di una brutta parola… Se vedeste com’è terribile! E come piangiamo tutti questi errori!
Molti cattolici, credenti e praticanti, vanno a messa e dal mago allo stesso tempo. Perché il demonio ci fa credere che non c’è niente di male, e che ci salviamo lo stesso! Il demonio usa e dirige tutto astutamente. Sappiate dunque che, quando ci rivolgiamo alla magia, non importa per fare cosa, la bestia ci imprime il suo sigillo. Quando andiamo da qualche mago, o cartomante, o indovino, o astrologo, o da chi evoca gli spiriti, in tutti questi luoghi il demonio ci pone il suo sigillo, il suo timbro. Un giorno un’amica mi portò da una maga per farmi predire il futuro: lì fui marcata dalla bestia. Il maligno mi pose il suo sigillo. La cosa peggiore fu che, da quel giorno, in cui attraverso quella donna ricevetti il timbro del male, cominciai ad avere dei disturbi strani:
agitazione notturna, incubi, angosce, paure, e persino un profondo desiderio di suicidio! Non capivo il perché. Piangevo, mi sentivo infelice, e mai più mi sentii in pace. Pregavo, ma sentivo il Signore lontano da me: mai più avvertii quella vicinanza con Lui, che invece avevo quand’ero piccola. Pregare mi costava sempre di più, mi era ogni volta più difficile. Per forza! Avevo aperto le porte alla bestia, e il maligno era entrato con forza nella mia vita».
Gloria infine vide tutte le sue confessioni sacrileghe e leggere, e le cattive compagnie che con la loro derisione la allontanarono sempre più dalla confessione.
«Quando si udì la Voce di Gesù, i demoni se ne andarono perché non sopportavano quella Voce, uno di loro restò. Aveva l’autorizzazione del Signore per rimanere. Questo demonio, enorme gridava con urla orribili: “È mia! È mia! È mia!”. Rimase solo lui, perché fu quello che condusse, manipolò, e con la sua strategia guidò, le mie debolezze affinché io peccassi! Fu lui che mi allontanò dalla confessione! Per questo il Signore gli permise di rimanere accanto a me, ed ecco perché quell’orribile demonio gridava che io gli appartenevo e m’accusava. Aveva il permesso di rimanere, perché ero in peccato mortale! Appartenevo dunque a quel demonio, e lui poteva rimanere durante il mio giudizio! Immaginate la mia vergogna, nel vedere con orrore i miei peccati così numerosi, e per di più con quella cosa orribile ad accusarmi e a dire che ero sua! Ogni volta che peccavo, non era gratuito il peccato che commettevo. Sul candore della mia anima il maligno pose il suo marchio, un marchio di oscurità, e l’anima cominciò a riempirsi di tenebra. Mai ricevetti bene la Comunione: solo per la Prima Comunione feci una buona confessione. Da allora in poi, mai più, e ricevevo il mio Signore Gesù Cristo indegnamente. Quando andiamo a confessarci, dobbiamo sempre chiedere allo Spirito Santo che ci illumini e mandi la sua luce sulle tenebre della nostra mente: perché una cosa che fa il maligno è oscurare la nostra mente, affinché pensiamo che nulla è peccato, che tutto è bene, che non c’è bisogno di andare dal sacerdote a confessarsi, che la confessione è fuori moda.
L’aborto, il crimine peggiore
Il Signore mi mostrò nel Libro della Vita quello che non vediamo con gli occhi del corpo, e che avvenne quando il medico mi praticò l’aborto. Vidi il medico che, con delle specie di tenaglie, afferra il bambino e lo fa a pezzi. Questo bambino grida, con tanta, tanta forza! Sebbene non sia trascorso neanche un minuto dalla fecondazione, è già un’anima adulta. Possiamo usare la pillola del giorno dopo, o qualunque altro mezzo, ma si tratta sempre di uccidere un bambino con un’anima adulta, completamente formata: perché essa non cresce con il corpo, ma è creata da Dio nel medesimo istante in cui l’ovulo e lo spermatozoo s’incontrano, in qual preciso istante! Vidi infatti come la nostra anima, appena le due cellule si sono toccate, forma una scintilla di luce bellissima, e questa luce sembra un sole, che proviene da Dio Padre. In un istante, l’anima creata da Dio è adulta, matura, a immagine e somiglianza di Lui! Quel bebé è immerso nello Spirito Santo, che esce dal Cuore di Dio!
Il grembo di una madre, subito dopo la fecondazione, s’illumina dello splendore di quest’anima, e della sua comunione con Dio. Vidi come il Signore sussulta, quando gli strappano dalle mani quest’anima. Quando lo uccidono, il bimbo grida tanto forte, che tutto il Cielo trema! Nel mio caso, quando uccisi il mio bambino, lo sentii gridare tanto, ma tanto forte! Vidi anche Gesù sulla Croce che gridava e soffriva per quest’anima, e per tutte le anime che vengono abortite! Il Signore grida sulla Croce, con tanto dolore, tanto dolore…!!! Se voi aveste visto, nessuno avrebbe il coraggio di provocare un aborto… (Piange).
Ogni volta che il sangue di un bimbo viene sparso, è un olocausto a satana, che acquista così ancora più potere. Vi ripeto, si tratta di un’anima matura e adulta, benché non abbia ancora occhi, né carne, né un corpo formato… È già completamente adulta. E questo suo grido tanto grande, mentre l’uccidono, sconvolge tutto il Cielo. Al contrario, è un grido di giubilo e di trionfo nell’inferno. E la mia anima in seguito all’aborto diventò nera, completamente nera.
Gesù mi mostrava che anche nella pianificazione familiare avevo ucciso… Sapete perché? Usavo la spirale come anticoncezionale. Dai 16 anni, fino al giorno in cui il fulmine mi colpì! La toglievo solo quando volevo rimanere incinta, una volta sposata, per poi rimetterla subito dopo.
Voglio dire a tutte le donne che usano questi dispositivi intra-uterini: sì, provocano aborti! So che a molte succede, perché è successo anche a me, di vedere spesso dei grumi di sangue piuttosto grossi durante il periodo mestruale, e di sentire dolori più forti del normale. Andiamo dal medico, che non dà molta importanza al fatto: ci prescrive un analgesico, un’iniezione se i dolori sono troppo forti, dicendoci di non preoccuparci, che è normale, perché si tratta di un corpo estraneo, ma non c’è alcun problema. Sapete cos’è, invece? Un micro aborto! Questi dispositivi non lasciano impiantare nell’utero l’ovulo fecondato, che quindi muore. Quell’anima viene espulsa!
L’aborto è il peggiore di tutti i peccati (quello provocato, non quando è spontaneo), perché uccidere i figli ancora nel grembo della madre, uccidere una creaturina innocente e indifesa, è dare il potere a Satana. Il demonio comanda dal fondo dell’abisso, perché stiamo spargendo sangue innocente!
Il fatto che sia la madre stessa ad uccidere il proprio figlio, determina un profondo legame con le tenebre. È come se dessimo la chiave dell’inferno ai demoni, per farli uscire. Così escono sempre più demoni delle aberrazioni sessuali, del satanismo, dell’ateismo, del suicidio, dell’indifferenza, di tutti i mali che vediamo attorno a noi. E il mondo peggiora ogni giorno… Pensate a quanti bambini sono uccisi ogni giorno: è un trionfo del maligno! E la nostra vita si trasforma in un inferno, con problemi d’ogni tipo, con malattie, con tanti mali che ci affliggono: tutto questo non è che pura e semplice azione del demonio nella nostra vita. Ma siamo noi, e noi solo, che apriamo la porta al male, con il nostro peccato, e gli permettiamo di circolare liberamente nella nostra vita. Non è solo con l’aborto che pecchiamo, ma esso è tra i peccati più gravi. E poi abbiamo la faccia tosta di incolpare Dio per tanta miseria, tante disgrazie, tante malattie e tanta sofferenza!
Ma Dio, nella sua infinita bontà, ci offre ancora il sacramento della Riconciliazione, e abbiamo l’opportunità di pentirci e di lavare il nostro peccato nella confessione, rompendo così i legami che ci legano a satana, e la sua influenza nella nostra vita. Ma io non lo feci! Quando una donna abortisce, oltre a chiedere perdono a Dio nella confessione, e non abortire mai più, può anche contribuire a evitare che altre donne abortiscano; questa è riparazione!».
Non ho mai rubato!
«Anche calunniare è rubare. Figuratevi che mi consideravo onesta, ma rubai a Dio! Sono stata creata per aiutare a costruire un mondo migliore, per contribuire ad estendere il Regno dei Cieli sulla terra. Ma, oltre a non aver adempiuto questa missione, diedi cattivi consigli e danneggiai molta gente. Non seppi usare i talenti che Dio mi diede. Quindi rubai, chiaro che rubai! A quante persone rubai il buon nome, sollevando calunnie o spargendole? Non potete immaginare quanto sono terribili i peccati della nostra lingua e in che modo si riparano…!
Come riparare l’onore di qualcuno, dopo averne sparso il pettegolezzo o la calunnia?! Come restituire il buon nome a quella persona? Questo sì che è difficile! Ecco perché, in purgatorio, chi ha fatto del male a qualcuno con le parole ha molto da soffrire.
Inoltre rubavo ai miei figli la grazia di avere una madre in casa, una madre tenera, dolce, che li amasse e accompagnasse! Invece… La madre sempre fuori, i bambini soli, con “mamma” televisione e “papà” computer e i videogiochi. E mi credevo la mamma perfetta. Uscivo alle 5 del mattino e non rientravo la sera prima delle 23. Per sentirmi a posto con la coscienza, poi, compravo loro cose firmate e tutto ciò che volevano.
Nel Libro della Vita vediamo tutto, tutta la vita come in un film. Che pena fu vedere i miei figli che dicevano: “Speriamo che la mamma arrivi tardi! Speriamo che ci sia molto traffico e arrivi più tardi! Perché è così noiosa, antipatica, e quando arriva sta sempre a brontolare e a gridare, tutto il giorno!”. Che tristezza, fratelli! Un bimbo di tre anni, e l’altro un po’ più grandicello, a dire queste cose! A sperare che la madre non arrivi! Io rubai a questi bambini una madre, rubai loro la pace che avrei dovuto dare in casa, non feci in modo che conoscessero Dio attraverso di me, e amassero il prossimo. Ma, del resto, non potevo dare quello che non avevo: non amavo il prossimo! E se non amo il prossimo, non amo nemmeno il Signore. Perché Dio è Amore…
Eppure, se fossi andata davanti al Santissimo a chiedergli la grazia di riparare i miei peccati, me l’avrebbe concessa, perché è un Dio innamorato dell’uomo, e nella misura in cui chiudiamo le porte al male ci apre le porte della benedizione. Quando il Signore mi esaminò sui dieci Comandamenti, mi mostrò che a parole dicevo di amare e adorare Dio, ma in realtà adoravo satana.
Per esempio pagavo la spesa a molta gente, che non aveva i soldi e si trovava in necessità, ma non lo facevo per amore: avevo il denaro, e non mi costava niente. Davo perché mi piaceva che tutti vedessero il gesto, e dicessero che ero buona, che ero una santa. E come sapevo approfittare delle necessità delle persone! Infatti dicevo:”Io ti faccio questo, ma tu in cambio portami le buste della spesa fino alla macchina… Fammi questo, fammi quello…”.
I talenti sprecati
Nel Libro della Vita vediamo tutta la nostra vita, le nostre azioni e le loro conseguenze, buone o cattive, su noi e sugli altri. I nostri sentimenti e pensieri, e quelli degli altri. Tutto come in un film.
E il Signore mi disse:” Che ne hai fatto dei talenti che ti ho dato? Non li hai usati!”… Talenti?! Io venni al mondo con una missione: quella di difendere il regno dell’Amore. Ma dimenticai di avere un’anima, tanto più di avere dei talenti. Non sapevo nemmeno che tutto il bene che avevo tralasciato di compiere aveva causato tanto dolore al Signore. Vidi i talenti meravigliosi che Dio aveva messo nella mia vita. Tutti, fratelli, valiamo molto per Dio. Egli ci ama tutti, e ciascuno in particolare. Tutti abbiamo una missione in questo mondo.
Sapete? La prima cosa di cui rendiamo conto a Dio, prima ancora dei peccati, sono le omissioni! Sono tanto gravi! Non immaginate quanto! Un giorno lo vedrete, come l’ho visto io! Questi peccati fanno piangere Dio! Sì, Dio piange, vedendo che tanti soffrono, e che noi non facciamo niente per loro! Tanto dolore, nel mondo, è dovuto alla nostra indifferenza.
Il Signore mi chiese anche: “Che tesori spirituali mi porti?” Tesori spirituali?! Le mie mani erano vuote! Allora mi disse: “A che ti servono i due appartamenti che avevi, le case che possedevi, gli ambulatori da professionista? Forse hai potuto portarne qui un sono mattone? A che ti è servito tanto culto al tuo corpo, il denaro speso per esso, le preoccupazioni per stare in forma e sottoporlo a tante diete? Facesti del tuo corpo, di te stessa, un dio! Adesso a che ti serve tutto ciò? Eri molto generosa, è vero, ma lo facevi perché ti ringraziassero, per essere lodata, perché dicessero che eri buona. Manipolavi tutti, con i soldi, perché in cambio ti facessero favori. Dimmi: cos’hai portato qui? Quando ti visitai con la rovina economica, non fu un castigo come tu pensasti, ma una benedizione. Sì, quella bancarotta era per spogliarti di quel dio che tu servivi! Era per farti tornare a Me! Ma tu ti ribellasti, ti rifiutasti di scendere dal tuo livello sociale, e imprecavi, schiava di questo tuo dio denaro! Pensavi di aver ottenuto tutto da sola, con le tue forze, con lo studio, perché eri lavoratrice, lottatrice… Invece no! Guarda quanti professionisti ci sono, con titoli accademici migliori dei tuoi; quanti nel lavoro s’impegnano come o più di te: osserva le loro condizioni… A te fu dato molto, per questo motivo molto ti viene chiesto, di molto devi rispondere!”. Pensate, di ogni chicco di riso che sprecai, dovetti rendere conto a Dio! Per tutte le volte che buttai il cibo nella spazzatura!
Nonostante fossimo una famiglia povera, Dio spargeva su di noi molte grazie e benedizioni per merito di mia madre, della sua bontà e delle sue preghiere. Il Signore continuò mostrandomi che, se non mi fossi chiusa alla Grazia e allo Spirito Santo, avrei potuto aiutare molta gente, con i talenti che mi aveva dato, ma io non li seppi usare. Mi disse: “Io ti avevo ispirato di pregare per queste persone: se l’avessi fatto, il male non sarebbe entrato in esse, causando tanto danno”. Per esempio una bambina fu violentata dal padre: se io non mi fossi chiusa allo Spirito Santo, avrei ascoltato le sue ispirazioni, e avrei pregato per loro, così il maligno non sarebbe entrato in quel padre, protetto dalla preghiera, e quella violenza non ci sarebbe stata. Oppure quel giovane non si sarebbe suicidato. Il Signore continuò dicendomi: “Se tu avessi pregato, quella ragazza non avrebbe abortito, quella persona non sarebbe morta sentendosi abbandonata da Me, in un letto d’ospedale. Se avessi pregato, Io ti avrei consigliato, affinché tu cominciassi ad aiutare i tuoi fratelli. Ti avrei condotto a queste persone. Tanto dolore nel mondo, e tu avresti potuto aiutare!”.
Quello che facciamo, ma anche quello che non facciamo, porta conseguenze per noi e per gli altri! Tutti le vedremo nel Libro della Vita. Quando arriverà il momento di comparire davanti a Dio per il Giudizio, lo vedrete come l’ho visto io.
Quando si chiuse il mio Libro della Vita, immaginate la mia tristezza, la mia vergogna, il mio dolore immenso. Nonostante i miei peccati, la mia immondizia, la mia indifferenza, e i miei orribili sentimenti, il Signore mi cercò fino all’ultimo istante: m’inviava sempre strumenti, persone, mi parlava, mi guidava, mi toglieva le cose, mi lasciò cadere in disgrazia per cercarmi, e perché io Lo cercassi. M’inseguì sempre, fino all’ultimo istante. Sapete chi è il nostro Dio e Padre? È un Dio potente, innamorato, che mendica presso ciascuno di noi, perché ci convertiamo. Invece, quando le cose andavano male, dicevo: “Dio mi ha punito, mi ha condannato!”. Chiaro che non è così! Mai Egli ci condanna: infatti, col mio libero arbitrio, scelsi liberamente chi fosse mio padre, e non era Dio. Io scelsi satana per padre!
Dio ama tutti e ciascuno, indipendentemente dal fatto che siamo buoni o cattivi, e con tale intensità che, sino all’ultimo istante, viene fino a noi con tanta tenerezza, ci abbraccia con tutto il Suo Amore. Egli vuole salvarci, ma se non Lo accogliamo, se non Gli chiediamo perdono, riconoscendo le nostre colpe, ci lascia liberi di seguire quello che abbiamo scelto. Se la nostra vita è stata senza Dio, molto probabilmente nel momento della morte Lo rifiuteremo, e Lui ci rispetterà. Non ci obbliga ad accettarLo.
Quando il mio Libro della Vita si chiuse, ero veramente terrorizzata. Sentivo un vuoto immenso, un dolore e una vergogna enormi, e mi accorsi che nessuno poteva fare niente per me! E mi dissi: “E tutta quella gente, sulla terra, pensa che sono santa… Dove vado adesso?”. Allora, con grande vergogna e immenso dolore, cominciai a gridare: “Signore Gesù Cristo, abbi compassione di me! Perdonami, Signore! Dammi una seconda opportunità!”.
Il ritorno
Fu il momento più bello, più meraviglioso! Non ho parole per descriverlo. Perché Gesù si chinò e mi tirò fuori da quella fossa! Mi sollevò e mi disse, con molto amore: “Sì, tu tornerai, e avrai la tua seconda opportunità… Non per le preghiere della tua famiglia, perché è normale che piangano e preghino per te, ma per l’intercessione di tutte le persone estranee alla tua carne e al tuo sangue, che hanno pianto, pregato, ed elevato il proprio cuore con tanto amore per te”. Sapete cosa vidi? Vidi il grande potere della preghiere di intercessione! Sapete come potete stare sempre alla presenza del Signore? Pregate tutti i giorni per i vostri figli, ma pregate anche per gli altri! In questo modo starete alla presenza di Dio, tutti i giorni.
Vidi come salivano migliaia di fiammelle di luce, bellissime, alla presenza del Signore; erano piccole fiamme bianche, stupende, piene di amore. Erano le preghiere di tante, tante persone, che pregavano per me, che si erano commosse dopo aver visto in TV e sui giornali quello che mi era successo, e che pregavano e offrivano messe. Il più grande dono che si può offrire, che si può offrire a qualcuno è la santa messa. Non esiste niente di più efficace, che possa aiutare qualcuno, di una santa messa. È anche ciò che Dio gradisce di più: vedere i Suoi figli intercedere per il loro prossimo e aiutare il proprio fratello. La santa messa non è opera dell’uomo, ma di Dio.
Tra quelle piccole luci, però, ce n’era una enorme, bellissima: una luce molto più grande di tutte le altre. Sapete, fratelli, perché ora sto qui? Perché nella mia terra esiste un santo. Guardai con curiosità, per sapere chi fosse quella persona che mi amava tanto, e il Signore mi disse: “Quell’uomo che vedi, è una persona che ti ama molto, e neanche ti conosce”. Mi mostrò che si trattava di un povero contadino, che viveva in montagna, nella Sierra Nevada di Santa Marta. Quest’uomo era veramente povero, non aveva di che mangiare. Tutto il suo raccolto era bruciato, perfino le galline gli erano state rubate dagli uomini della guerriglia, che volevano prendersi addirittura a servizio il figlio maggiore. Questo contadino, scende fino al villaggio per andare a messa. Il Signore mi fece udire le parole con cui pregava: “Signore, ti amo! Grazie per la salute, grazie per i miei figli! Grazie per tutto quello che mi dai! Sii lodato! Gloria a Te!”.
La sua preghiera era solo lode e rendimento di grazie a Dio! Il Signore mi fece vedere come nel portafogli avesse una banconota da 5.000 pesos, e una da 10.000, e questo era tutto ciò che possedeva! Sapete cosa fece…? Diede il biglietto da 10.000 all’offertorio! Io ne mettevo uno da 5.000 solo quando ne davano qualcuno falso, al lavoro!
Lui, invece, non diede la banconota da 5.000, ma quella da 10.000, nonostante questi soldi fossero tutto ciò che aveva! E non era di malumore, né brontolava per la sua povertà, ma ringraziava e lodava Dio! Che esempio, fratelli! Dopo, uscito di chiesa, andò a comprare un pezzo di sapone da bucato; glielo incartarono in un foglio di giornale del giorno prima. Lì c’era la notizia del mio incidente, e la fotografia dove apparivo ustionata.
Quando quest’uomo vede la notizia, man mano che legge, piange commosso; tanto, come se io fossi qualcuno a lui molto caro, e prostrato con la faccia a terra, supplica Dio con tutto il cuore, dicendo: “Padre, mio Signore, abbi compassione di questa mia sorellina, salvala Signore! Se la salverai, ti prometto di andare al “Santuario de Buga” a sciogliere il voto. Per favore, Signore, salvala!”. Pensate, quell’uomo così povero, che non imprecava, né stava a lamentarsi di soffrire la fame con la sua famiglia, ma anzi lodava e ringraziava Dio… E con una capacità d’amore al prossimo così grande che, pur non avendo di che mangiare, era disposto ad attraversare il Paese per adempiere una promessa, in favore di qualcuno che nemmeno conosceva!
Il Signore mi disse: “Questo è il vero amore al prossimo! È così che devi amare il prossimo…”. E fu lì che mi affidò questa missione: “Tu tornerai indietro, per dare testimonianza, che ripeterai non mille volte, ma mille volte mille. Guai a chi, ascoltandoti, non cambierà, perché sarà giudicato con più severità”. Questa fratelli, non è una minaccia, tutt’altro! Il Signore non ha bisogno di minacciarci.
Questa è la seconda opportunità che io ho, e lo è anche per voi. Ciò dimostra che Dio è innamorato di noi, e mette davanti ai vostri occhi Gloria Polo. Perché Dio non vuole che ci condanniamo, ma piuttosto che viviamo con Lui, nel Paradiso. Ma per questo, dobbiamo lasciarci trasformare da Lui. Quando arriverà la vostra ora, di partire da questo mondo, anche a ciascuno di voi verrà aperto il Libro della Vita; come ci sono passata io. Là vedremo come adesso, con la differenza che vedremo anche i nostri pensieri e i nostri sentimenti, i nostri atti e le loro conseguenze, le nostre omissioni e le loro conseguenze… Tutto alla presenza di Dio. Ma la cosa più bella è che ognuno vedrà il Signore faccia a faccia. Egli ci chiede di convertirci; fino all’ultimo istante ci chiede questo, affinché cominciamo ad essere nuove creature con Lui, perché senza di Lui non lo possiamo!
Fu così che guarii in modo stupefacente: i miei reni non funzionavano, né mi facevano la dialisi perché non ne valeva la pena, dal momento che stavo per morire, ma improvvisamente ripresero a funzionare; lo stesso per i polmoni, e anche il cuore ricominciò a battere con forza. Potete immaginare lo stupore dei medici! Ormai non avevo più bisogno delle macchine!
Cominciò il mio recupero fisico, ma non sentivo niente dalla vita in giù, e dopo un mese i medici mi dissero: “Gloria, Dio sta facendo un miracolo con lei, perché le è già ricresciuta la pelle su tutte le ferite… Ma le gambe non possiamo fare più niente. Dobbiamo amputarle!”. Quando mi dissero questo mi ricordai: quattro ore di aerobica quotidiana, per che cosa? Mai avevo ringraziato Dio per le mie gambe, anzi: con la tendenza che avevo ad ingrassare, soffrivo la fame come una sciocca e spendevo fortune per essere elegante… E adesso, vedo le mie gambe, e ti chiedo la grazia di lasciarmele, perché possa camminare. Ti prego, Signore, lasciami le gambe!”. E comincio immediatamente a sentirle: erano nerissime, senza circolazione e, dal venerdì al lunedì, i medici rimasero sorpresi, perché erano rosse e la circolazione si era ripristinata! Stupefatti, mi toccavano e non volevano credere. Io dissi loro: “Dottori, le mie gambe mi fanno terribilmente male, ma credo non ci sia nessuno al mondo più felice nel sentire dolore alle gambe, come lo sono io in questo momento!”. Il medico mi rispose che mai, in 38 anni di servizio, aveva visto un caso simile.
Gli altri due miracoli che il Signore mi fece furono il seno e le ovaie. Il medico mi aveva detto che non avrei più potuto avere figli, ma un anno e mezzo dopo il mio seno comincia a gonfiarsi e a riformarsi. Rimasi meravigliata, e quando andai dal medico, mi disse che ero incinta! E con questo seno allattai mia figlia!”.
Dopo la spaventosa esperienza del fulmine, e malgrado le sue ovaie siano rimaste carbonizzate, Dio ha infatti concesso a Gloria Polo il miracolo di concepire e di partorire Maria José, una bellissima bambina! Ciò che per i medici era impossibile, il Signore lo ha realizzato. Una seconda opportunità per testimoniare che l’inferno esiste e che la vita con Dio è meravigliosa.
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