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\\ Home Page : Il Prodigio
 
ALCUNI CENNI STORICI
Il primo prodigio a Campocavallo
Alla fine il Vescovo pensò a don Giovanni Sorbellini
Testimonianza lasciata da Padre Stefano Ignudi
Testimonianza di Mademoiselle Anne de Questa
Narrazione di una guarigione (Suor Margherita Naranjo di Valparaiso-Cile)
Epilogo

L’antefatto (origine della chiesetta del prodigio)

Una ventina d’anni prima che avvenissero i fatti che narreremo, un tale Nazzareno Taddioli aveva acquistato un fondo rustico, che era appartenuto anticamente al monastero delle suore Benedettine di Osimo. Quel fondo aveva per confine nord la strada di Jesi e per confine est lo Stradone di Recanati. Chi si fosse posto in mezzo al crociale lo avrebbe veduto in direzione di Passatempo-Montefano.
Il Taddioli, che aveva acquistato il fondo con l’intenzione di ritirarvisi a vita privata col trascorrere degli anni, e che era, del resto, persona molto religiosa e pia, pensò di costruire una chiesetta accanto alla casa colonica, con la sua piccola sacristia, un minuscolo ripostiglio, e due o tre stanzette, in due piani, per abitazione di un sacerdote.
Egli intendeva, con questo, crearsi la possibilità di soddisfare ai propri doveri religiosi e di offrire ai contadini del contorno un’occasione favorevole, senza dover andare a san Sabino, dov’era la chiesa parrocchiale, o ad Osimo, che era più lontana e meno comoda.
La costruzione della chiesetta fu fatta senza disegno né arte. Quattro muri di mattoni comuni tenuti insieme con malta di dubbia consistenza, malamente intonacati dentro e fuori; una porta d’ingresso alla chiesa e una porticina per la sacristia, due o tre finestre per la luce. Il tutto sormontato da un rozzo tetto con travi in vista, tavole e coppi.
Quella chiesetta, col decorrere del tempo, ebbe restauri, specialmente agli intonaci, e qualche piccola modifica o aggiunta, come il soffitto, ma sostanzialmente rimase come era stata costruita all’inizio.
L’altare con la balaustra rimase ancora per lungo tempo, finché anche questo fu del tutto soppresso dai poco provveduti successori di Don Giovanni. Oggi quella parete, interamente nuda, porta una lapide che ricorda i fatti avvenuti.
La Chiesetta (chiamata oggi, del Prodigio) è tutt’ora visitabile e ogni 16 del mese vengono celebrate le funzioni serali al suo interno. Dal 2005 al 2007 (chiuso il Santuario per i lavori di restauro) è servita per celebrare le funzioni di tutta la comunità parrocchiale.
Ritornando alla storia, il Taddioli e i contadini insieme chiesero al Vescovo diocesano, allora Mons. Michele Seri-Molini, di avere un sacerdote per la Messa domenicale e dopo varie incomprensioni l’ottennero nella persona di don Giovanni Sorbellini, che era stato ordinato sacerdote nel 1883, all’età di 24 anni e 5 mesi, ed era stato prima mansionario in Cattedrale, e successivamente, alla morte di don Sante Giorgetti, parroco alla Santissima Trinità di Osimo, detta anche chiesa del Sacramento.


Il primo prodigio a Campocavallo

…Era il 16 giugno 1892 ed era giovedì. Si celebrava la solennità del Corpus Domini. Nella chiesuola, in quella mattina, era stata detta la santa Messa, mentre alcune pie e devote persone, per lo più donne, si trattennero a pregare.
Quand’ecco una di esse, certa Annunziata Cantarini in Gasparoni, osservando attentamente l’immagine della Madonna, notò goccioline di acqua sul viso della Vergine che apparivano lacrime o rudagioso sudore. Tutti i presenti, alla voce della donna, constatarono lo stesso fatto. Pieni di stupore e di meraviglia si dissero: «La Madonna piange».
Fu avvertito il custode della chiesetta, certo Angelo Bevilacqua, detto Simonettello, che coltivava il terreno, nell’ambito del quale era costruita la chiesetta stessa. Questi, a sua volta, pensò di darne notizia al parroco-priore di san Sabino, don Giovanni Battista Batoli, alla cui circoscrizione parrocchiale apparteneva il territorio di Campocavallo (ora non più), e al parroco della Santissima Trinità di Osimo, don Giovanni Sorbellini, che aveva esposto alla pubblica venerazione, nella chiesuola appunto, l’immagine dell’Addolorata.
Don Giovanni, che apprese la notizia nel pomeriggio di quello stesso giorno, non corse subito a Campocavallo, ma volle riflettere e decise di recarvisi il giorno dopo, di prima mattina. Così fece. Giunto sul luogo, si fece aprire la chiesetta, celebrò la santa Messa, e al termine si pose ad osservare l’Immagine e constatò che era vero quanto gli era stato riferito.
Temendo un’illusione ottica, provò a premere il vetro dal quadro contro l’Immagine: quelle bollicine si schiacciavano. Era veramente acqua. Ma donde veniva? Egli però, come scrisse più tardi nella sua relazione al Vescovo, non vide alcuna lacrima uscire dagli occhi e notò che tutto il quadro, o la maggior parte di esso, era cosparso di bollicine.
Alla gente, che è sempre pronta a gridare al miracolo, rispose che al momento la cosa non risultava chiara e che forse il fatto avrebbe potuto trovare una spieagazione naturale.
Non disse altro e per la via più breve tornò ad Osimo, cercando di evitare gli incontri con la gente.
Intanto la notizia che la “Madonna piangeva” si era sparsa dovunque con la rapidità di un lampo. E fu un accorrere da tutte le parti alla chiesuola di Campocavallo. Prima naturalmente, i contadini del luogo, poi gli abitanti di Osimo, poi quelli dei paesi vicini.
In quello stesso giorno, venerdì 17 giugno, la folla dei visitatori si andò infoltendo sempre più dalla mattina al pomeriggio. Verso le 2 dopo mezzogiorno, si sollevò un violento temporale. Le persone, che erano sparse nei presi a commentare i fatti, corsero a ripararsi in chiesa e si asserrarono presso l’altare, che era vicino alla porte.
Tutto a un tratto, mentre si recitavano le preghiere, le persone esclamarono, quasi ad una sola voce: «La Madonna muove gli occhi».
Questa nuova e inattesa meraviglia ebbe maggior risonanza della prima: le lacrime e il sudore.
In pochissimo tempo, la notizia del movimento degli occhi, che continuava ininterrottamente con numerosissime testimonianze, varcò ben presto i confini della Diocesi e della stessa Regione. La notizia si diffuse anche fuori dell’Italia, per tutta l’Europa, e, in progresso di tempo, nel mondo intero (non si esagera).
Cominciò un movimento di fedeli, da ogni parte d’Italia e da ogni nazione d’Europa, che andò sempre più intensificandosi, specialmente nelle stagioni più propizie.


Alla fine il Vescovo pensò a don Giovanni Sorbellini

Le persone chiesero al Vescovo un sacerdote per assolvere l’incarico delle confessioni e della celebrazione della santa Messa.
Il Vescovo alla fine pensò a don Giovanni Sorbellini, parroco al Sacramento e rettore del Santuario di Nostra Signora del Sacro Cuore, ancor giovane d’età e robusto. Lo nominò rettore del nascente Santuario di Campocavallo il 9 luglio 1892.
La chiesuola infatti sarebbe stata troppo angusta e piccola per poter contenere le masse dei fedeli che invadevano i dintorni e irrompevano come maree. Allora don Giovanni pensò e decise di elevare un padiglione all’aperto e ad esso appendere il quadro della Madonna. Così la sacra Immagine poteva essere vista da vicino e mirata da lontano. Molti, per meglio vedere, si munivano di binocoli.
Il movimento degli occhi continuava e durò per diversi anni. E a vedere lo stesso movimento miracoloso non erano soltanto singole persone, ma interi gruppi. Grandi e piccoli, uomini e donne, gente colta e contadini analfabeti; tutti vedevano nello stesso modo.
Com’è ovvio del resto, alcuni vedevano, altri no. E’ difficile stabilire una proporzione. Però, nel libretto dal titolo: Le Meraviglie, si legge che su cinque persone dello stesso gruppo, tre vedevano e due non scorgevano nulla; oppure, tra due persone, madre e figlia, la seconda vedeva mentre la prima non vedeva nulla.
Fuori, all’aperto, era impossibile ottenere il silenzio. Ognuno usciva in esclamazioni di meraviglia. Vi era chi piangeva, chi gridava, chi si raccomandava, chi chiedeva una grazia, una guarigione. E questo avveniva, come si è detto, anche all’interno della chiesuola, dove si celebravano le sacre funzioni.
Per ottenere il silenzio, non vi era altro modo che coprire la sacra Immagine con un velo. Allora la santa Messa si poteva celebrare con tutta tranquillità, mentre la sacra liturgia seguiva il suo corso tra l’attenzione devota dei fedeli.
I dintorni della chiesetta, per largo raggio, erano invasi non solo dalla gente, ma dalle carrozze e dai cavalli. Le strade erano intasate e la gente si riversava per la circostante campagna o si sedeva all’ombra degli alberi. Infatti, in quella bassa località (appena 44 metri sul livello del mare) la stagione estiva è particolarmente calda.
In quei giorni a Campocavallo (estate 1892) non si parlava soltanto italiano, ma francese, inglese e tedesco.
Come dicemmo, il Vescovo nominò rettore del nascente Santuario don Giovanni Sorbellini: era il 24° giorno dall’inizio dei fatti. Don Giovanni accettò subito la nomina, perché per lui l’obbedire era come la Fede: non si poteva mettere in discussione. Si trasferì a Campocavallo, prendendo alloggio nelle stanzette annesse alla chiesuola. Là egli riceveva la gente, ascoltava le confessioni, accoglieva i doni tenendo nota dei nomi degli offerenti, segnava le intenzioni di Messe, stendeva la cronaca degli avvenimenti; là prendeva i pasti, là riposava quando poteva. Infatti la chiesuola si apriva alle ore 4 e anche alle 3 di mattina e non si chiudeva mai prima delle 10-11 di sera, talora anche a mezzanotte e più.
Era un lavoro immane, spirituale e materiale insieme, che solo una fede inconcussa come la sua, una carità ardente e inesausta, una fermezza di carattere che non trovava l’uguale, poté sopportare.


Testimonianza lasciata da Padre Stefano Ignudi

“Trovandomi in Loreto per la solenne chiusura del mese di maggio in quest’anno (1895) delle feste per il VI Centenario della Santa Casa, ho voluto fare una devota visita alla miracolosa Madonna di Campocavallo…
Trattenutomi un poco col custode del Santuario e procuratemi delle immagini, dei libretti e delle medaglie della cara Madre Addolorata, ritornai in Chiesa a prendere commiato da Maria.
Inginocchiatomi presso l’altare guardai gli occhi della Madonna recitando, con tutto quel fervore di cui ero capace, sette Ave Maria ad onore dei suoi sette dolori.
La Vergine santa cominciò allora a muovere gli occhi ora in senso orizzontale, ora alzandoli al cielo, ora guardando me. Il bianco dell’occhio appariva e spariva, e tutto l’occhio si moveva con una lucentezza e vivacità come di persona vivente, mentre quando non si muove è morto come quello di una stampa.
Non mi potevo ingannare.
Non poteva essere quello un gioco di luce, essendo tale la posizione mia rispetto al quadro, da conoscer benissimo non esservi alcun abbaglio. Di più: avendo provato a guardar fisso altre facce d’immagini diverse in oleografia o in fotografia mi parevano a volte, per lavoro di fantasia o scherzo ottico di scorgere quasi alcun piccolo movimento d’occhi nella figura, però ero certo che quello non era che un’apparenza, conoscevo che mi pareva ma non era, a quella maniera che ogni persona di questo mondo sa conoscere ciò che è stato sogno da ciò che fu realtà. So invece che là dinanzi al quadro di Campocavallo non mi pareva, ma era: so che non lavoravo di fantasia, ma di umile e semplice devozione; so che l’avvenimento di quegli occhi celestiali nell’immagine della Madre di Dio, quel brillamento del bianco a guisa di perla, quell’apparire e scomparire del medesimo, quella naturalezza di mosse non procedono quando si guarda fisso un’immagine e pare di vedere che l’occhio si agiti…
Io stavo coll’anima inchiodata a fissar quello spettacolo; volevo dirne ad alcune persone vicine, ma poi tacqui e continuavo a guardar la Santa Vergine.
Mi venne allora dal cuore un interno grido: “Maria fatemi conoscere in qualche modo se Gesù mi ama!” E intendevo dire in questo senso, di sapere cioè se ero in grazia di Dio.
Non so quanto la domanda fosse discreta, ma la Santa Vergine ripose al mio gemito per contentarmi, e la sua fisionomia di Addolorata si cambiò in quella di Mater amabilissima. Mi pareva di pregustare Paradiso. Non so dir altro…
Ma come sono fatti i poveri uomini! Dagli affetti d’amore, d’umiltà, di proponimenti mi ritrovai a poco a poco in quelli della curiosità; mi rizzai in piedi (che stavo in ginocchio) e continuai a intender lo sguardo nel quadro per vedere come fosse la cosa. Gli occhi della Vergine Santa allora non si mossero più: li teneva come sono nell’immagine stampata, rivolti pietosamente al cielo, e senza vita. Continuai ad osservare aspettando, ma nulla; gli occhi della Madonna stavano fermi, stampati.
Dovevo andarmene, ma l’andarmene così m’era una pena. Rianimai i miei sentimenti di fede, d’amore, d’umiltà e di pentimento, e cominciai a recitare sette Ave Maria ai dolori della Madonna, accompagnandole colla preghiera del cuore: “Maria ancora uno sguardo! Illos tuos misericordes oculos ad nos converte!”
Allora la Vergine abbassò gli occhi ancora una volta e mi guardò; poi non vidi più alcun movimento, né più richiesi: bastava.
Le lasciai il cuore e partii.


Testimonianza di Mademoiselle Anne de Questa

Principato di Monaco, 8 marzo 1904.
Il 24 febbraio u.s. fui a Campocavallo, in compagnia d’altra signora, per visitare la cara Madonna, e Maria in quel dì m’ha colmata di favori. Per meglio osservare la Vergine mi presi la libertà di inginocchiarmi sopra l’altare e vidi allora che Ella teneva gli occhi alzati verso il cielo. Indi l’occhio destro si abbassa, mi guarda…la pupilla si muove come in una persona viva. Rimasi così per lo spazio di circa 12 minuti. Poi mi inginocchiai nella scaletta. Gli occhi restavano come prima, alzati al cielo. Ad un tratto m’accorgo che gli occhi erano rivolti sopra di me e mi guardavano. La Madonna aveva un’aria di dolcezza e di bontà tutta particolare; pareva mi dicesse: “Io ti ascolto”. La sua fronte divenne color rosa, le sue guance e il collo come di persona viva, conservando però la sua grandezza e tutto il resto com’è nell’immagine. Era circa un quarto d’ora che io godevo questa delizia e paradiso e che io parlavo a Maria, quando fui chiamata in sacristia dall’inserviente, per consegnarmi alcune immagini e libretti. Malgrado che la Vergine mi guardasse e fosse tutta attenta ad ascoltarmi, pure vi andai e al ritorno osservai che l’Immagine aveva gli occhi rivolti al cielo.
…Io non esagero in nulla, poiché era nella più grande calma e sono certa di qanto affermo.
Partita da Campocavallo, andai a Loreto e da lì partii per il Principato di Monaco, per recarmi poi a Lione mia patria.


Narrazione di una guarigione (Suor Margherita Naranjo di Valparaiso-Cile)

Margherita Naranjo era una suora consacrata nel Monastero del Buon Pastore a Valparaiso nel lontano Cile.
Lei stessa, espressamente richiesta dal Rettore del Santuario di Campocavallo, don Giovanni Sorbellini, stese una relazione lunga e dettagliata delle sue malattie e della guarigione. Riportiamo alcune parti di detta relazione.
“Faccio fede io sottoscritta, Margherita Naranjo, che fin dal 1897, nel qual anno entrai in questa santa Casa, io avevo il polmone sinistro distrutto e vomitavo grande quantità di sangue. In quell’epoca sono stata sì male, che si credette prudente amministrarmi i santi Sacramenti…
Allora la malattia ai polmoni fece nuovi progressi, e secondo il giudizio di tre medici, per me non vi era più rimedio alcuno. Le mie consorelle vedendomi alle porte dell’eternità, di nuovo mi fecero amministrare i santi Sacramenti. A questi mali si aggiunse un forte reumatismo gottoso che mi fece soffrire per lungo tempo…Nel 1886 fui attaccata dal colera-morbus…La serie dei mali che mi afflissero era già cominciata e non doveva cessare che miracolosamente, per mano della SS. Vergine dei sette Dolori di Campocavallo, come racconterò.
L’anno 1890 mi attaccò un morbo di natura cancrenosa che unito a molteplici altri mali, mi ridusse in stato di estrema desolazione. Il 9 marzo 1891 feci una spaventosa caduta che mi cagionò grandi mali…A tanta copia di sofferenze, si aggiunse un tumore addominale che mi obbligò a stare a letto di permanenza, senza potermi muovere minimamente, all’infuori delle mani…
Era venuto in me un miglioramento ma molto limitato…Andai avanti con le mie sofferenze fino al mese di ottobre 1893, quando un giorno, trascinandomi non so dove, mi scivolò il bastone e io ruzzolai giù, facendomi male assai. Questa volta davvero sembrava finita per me. Svenuta e massacrata, fui portata all’infermieria del monastero, ove venne a trovarmi subito il dottore…Ero diventata come una veste vecchia e rattoppata in mille luoghi, che mentre si accomoda alla meglio da una parte, si guasta dall’altra…Il 15 gennaio 1894 l’emoragia crebbe con più forza, come pure i vomiti di sangue. Il dottore mi esortò a non pensare più alla vita, perché non vi era più speranza, ma che avessi solamente messo ogni mio pensiero in Dio e nella SS. Vergine, e così mi furono amministrati i sacramenti dei moribondi. Avevo moto timore di morire soffocata dai vomiti di sangue, e pregavo la SS. Vergine perché mi liberasse da questo genere di morte.
Il 23 febbraio ebbi un vomito straordinario di sangue, tanto che sentii il sudore e il gelo della morte…Il medico che mi vide in quel dì, disse che ogni speranza era perduta e che ero molto prossima alla fine della vita mia, la quale chiamerei piuttosto prolungata morte…(Il giorno appresso) venne a me una delle religiose con sembiante allegro e sorridente e mi disse, che, con suo piacere veniva portarmi una cosa molto grande. «Indovina un po’, disse la religiosa, che cosa porto?» Io le sorrisi perché non potevo parlare. Allora trasse fuori un’immagine e una miniatura della SS. Vergine dei sette dolori di Campocavallo, me la diede ed io le strinsi nel mio petto e dissi col cuore: «Madre mia, datemi una morte tranquilla e che sia di giorno, per avere il piacere d’avere intorno a me, nello spirare, le mie buone Madri religiose, e le mie care compagne».
Alle 7 della sera venne a visitarmi la Madre Superiora…e mi disse: «Avete preso la miniatura che vi ho mandato?» - Madre mia, risposi io, l’ho sopra al cuore!» - «Sì, va bene, va io ve l’ho mandata, perché la metteste in un po’ d’acqua e la beveste»…Indi a poco, essendosi ritirata la Madre Superiora, venne una religiosa per farmi prendere la miniatura della Madonna Addolorata. Me la posero alle labbra e l’immagine nelle, che io miravo e dicevo: «Madre mia, portatemi in Cielo!». Mentre la religiosa e alcune delle mie compagne, recitavano sette Ave Maria, finite le quali, la Madre mi suggerì alcune parole per prepararmi alla morte, e nel congedarmi, mi disse: «Buona notte, Margherita, ci rivedremo nell’eternità»…Io rimasi molto quieta perché dal momento che bevvi la miniatura cessò il vomito e la tosse che durava da 16 anni! Poi mi venne come un assopimento gradevole, senza dolori, e a mezzanotte sentii come una cosa straordinaria nelle mie vene… La sera del giorno successivo, dando uno sguardo alla Madonna dei sette dolori, le dicevo: «Madre mia, degnati di farmi passare una buona notte, da non farmi risvegliare, se non domani dopo la Messa!». E m’addormentai in verità subito e fu sì placido e regolare il mio sonno, che l’infermiera dubitava fosse il letargo di morte. Alle 7 del mattino fui risvegliata. Oh! Miracolo di Dio operato in me per intercessione della SS. Vergine dei sette dolori! Risvegliata che fui, mi trovai perfettamente sana, senza alcun dolore, come se mai fossi stata inferma!...Cerco di assicurarmi in che stato si trovava il tumore, e, oh!, prodigio sorprendente! M’accorsi che anche questo era completamente scomparso!!...Poco appresso venne una religiosa per sapere il mio stato, e quale fu la sua sorpresa quando le dissi: «Madre sto bene, perfettamente bene, e solo attendo il permesso della nostra Madre Superiora per vestirmi e scendere dal letto! Sento che la Vergine dei sette dolori mi ha fatto un gran miracolo!...»…All’udire che la Superiora m’aveva concesso quanto bramavo, chiesi molto lieta i miei panni e non volli che alcuno m’aiutasse a vestirmi! Quando meno le mie compagne ci pensavano, aprii la porta e con passo franco entrai nella sala da lavoro. Uno spavento indescrivibile assalì le mie compagne che si dicevano tra loro: «Forse la Superiora avrà permesso che Margherita venga a morire qui».
Io mi inginocchiai con l’immagine in mano di Colei che aveva operato la mia strepitosa guarigione, e cominciai a recitare l’ufficio dell’Addolorata.
Non trovo parole per esprimere il piacere in cui stava allora inondato il mio cuore; giammai io avevo provato somiglianti emozioni. E dopo di essere stata più di un’ora in ginocchio, mi alzai senza provare alcun fastidio. Incominciai allora a correre qua e là per la casa; fui in camera della Madre Superiora e con gli occhi pieni di lacrime la ringraziai per il gran favore d’avermi dato la santa immagine della Madonna di Campocavallo che mi pareva in quel momento essere venuta dall’Italia a Valparaiso solo per me. Tutta la casa prese parte alla mia gioia e ai miei ringraziamenti alla Vergine; quel dì divenne improvvisamente un giorno solenne, poiché in tutte le ore si udivano cantare dalle voci argentine, di più che un centinaio di giovinette, le canzoni più commoventi e più care. Poi io volli far compagnia alla regina dei martiri, facendo la Via Crucis e in questo esercizio era per me un piacere alzarmi in piedi e rimettermi in ginocchio con la massima facilità…
In quello stesso giorno venne il R. Cappellano, al quale presentandomi, dissi: «Io sono Margherita!». «Voi Margherita?!...» rispose sorpreso e non credendo ai suoi occhi: «Voi mi ingannate…voi qui?...ma come…non vi portai ieri il santo Viatico?!». «Si Padre, ripresi io, si, sono io stessa…Ho ricevuto la guarigione dalla Vergine dei sette dolori di Campocavallo…Ho preso per bocca una sua piccola immagine toccata nel quadro benedetto, che si venera colà, e ora, come vedete, sono completante guarita!». E il R. Cappellano, confuso e convinto nello stesso tempo, di quanto gli dicevo, disse più volte commosso: «Questo sì che è un gran miracolo!! gran miracolo, gran miracolo!!... Bisogna ringraziare tanto Iddio. Per quello che posso io, vi dico che domani celebrerò il S. Sacrificio del Corpo e del Sangue di Nostro Signore in azione di grazie». Poi quasi fuori di me per il giubilo, continuo a percorrere tutte le stanze del monastero affinché tutti fossero testimoni del grande favore che io avevo ricevuto dalla SS. Vergine Addolorata. Questa meraviglia si diffuse poi per la città e molte persone vennero a vedermi per assicurarsi del fatto e vollero conoscere l’immagine miracolosa che tutti bramavano possedere. Io poi mi posi ad eseguire subito le più gravose fatiche e ho continuato sempre a star bene come al presente godo molta salute.
Il dottor Cannon che ha curato Margherita, ha constatato la realtà del miracolo e ha rilasciato sulla sua paziente (che chiamò la risuscitata) queste parole, dicendo spesso queste parole: “Ciò non è opera della medicina, ma solo della mano di Dio”.
Ecco il suo attestato:
Valparaiso, 11 aprile 1894.
“Io attesto che Margherita, una delle penitenti di questo Convento (Monastero del Buon Pastore), soffriva da parecchi anni d’un tumore addominale con grandi perdite di sangue che si avevano con vomiti e altre maniere.
L’ammalata era assolutamente incapace di camminare, d’inginocchiarsi, e finalmente fu ridotta a tale stato, che la morte si temeva di giorno in giorno.
Mentre durava questo stato, le si procurò un’immagine della SS. vergine di Campocavallo, davanti alla quale pregò.
Il giorno appresso, di mattina, ella stava meglio e il posdomani ella poté levarsi dal letto, correre, mettersi in ginocchio senza la minima difficoltà, e, fino a questo giorno, ella non ha cessato di essere sana. La scienza medica non può spiegare questa guarigione. Io non ho mai veduto un fatto somigliante, e io posso dire solamente che Dio che guarisce quando vuole le nostre infermità, ha messo in azione la sua provvidenza in una maniera tutta speciale a favore di questa felice giovane”.
Dottor Riccardo Cannon.
Lo stesso medico, tre anni dopo, aggiunse all’attestato le seguenti parole: Fino a quest’oggi la Margherita ha goduto d’una buona salute e lavora curando le altre malate del Convento. Valparaiso, 4 settembre 1897.
Seguono sette attestati di persone che hanno conosciuto Margherita Naranjo durante la lunga malattia e l’hanno veduta dopo la guarigione. Ne diamo i nomi senza riportarne le parole. Sono: sour Maria di san Carlao, suor Maria del Cuore di Maria, Fais Marchant infermiera, Assunta Lacail, Maria Eufrasia Ibarro, Perpetua Letebier, suor Maria di san Filotea.
Tutte le firme sono autenticate da Ramin Angelo Jara, governatore ecclesiastico di Valparaiso, e da Prudenzio Contador, notaio ecclesiastico.


Epilogo

Sono tante le testimonianze e i prodigi avvenuti ad opera dell’Addolorata di Campocavallo; testimonianze che possono essere analizzate lungo gli anni nella redazione della rivista Eco della devozione alla Madonna di Campocavallo (l’ultima redazione, che parte dal 2002, riprende nei minimi dettagli tutti gli avvenimenti di allora).
La fama del Santuario di Campocavallo ha seguito l’andamento della parabola. Ha raggiunto il suo vertice con don Giovanni Sorbellini per percorrere, poi, tutto l’arco di discesa, al quale non sono state estranee le due guerre mondiali.
Potrà il Santuario tornare all’antico splendore? E’ da augurarselo ma sarà difficile. Comunque sin da ora è “centro di preghiera” e meta di pellegrinaggi.
La Madonna vuole che si preghi, che si torni ad una vita cristiana coerente: con tali premesse il “prodigio”, nella sua sostanza, continuerà lungo i secoli.