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06/02/2012 @ 11.20.42
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L’antefatto (origine della chiesetta del prodigio)
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Una
ventina d’anni prima che avvenissero i fatti che narreremo, un tale Nazzareno Taddioli
aveva acquistato un fondo rustico, che era appartenuto anticamente al monastero delle suore
Benedettine di Osimo. Quel fondo aveva per confine nord la strada di Jesi e per confine est lo
Stradone di Recanati. Chi si fosse posto in mezzo al crociale lo avrebbe veduto in direzione di
Passatempo-Montefano.
Il Taddioli, che aveva acquistato il fondo con l’intenzione di ritirarvisi a vita privata
col trascorrere degli anni, e che era, del resto, persona molto religiosa e pia, pensò
di costruire una chiesetta accanto alla casa colonica, con la sua piccola sacristia, un
minuscolo ripostiglio, e due o tre stanzette, in due piani, per abitazione di un sacerdote.
Egli intendeva, con questo, crearsi la possibilità di soddisfare ai propri doveri
religiosi e di offrire ai contadini del contorno un’occasione favorevole, senza dover
andare a san Sabino, dov’era la chiesa parrocchiale, o ad Osimo, che era più
lontana e meno comoda.
La costruzione della chiesetta fu fatta senza disegno né arte. Quattro muri di mattoni
comuni tenuti insieme con malta di dubbia consistenza, malamente intonacati dentro e fuori; una
porta d’ingresso alla chiesa e una porticina per la sacristia, due o tre finestre per la
luce. Il tutto sormontato da un rozzo tetto con travi in vista, tavole e coppi.
Quella chiesetta, col decorrere del tempo, ebbe restauri, specialmente agli intonaci, e qualche
piccola modifica o aggiunta, come il soffitto, ma sostanzialmente rimase come era stata
costruita all’inizio.
L’altare con la balaustra rimase ancora per lungo tempo, finché anche questo fu
del tutto soppresso dai poco provveduti successori di Don Giovanni. Oggi quella parete,
interamente nuda, porta una lapide che ricorda i fatti avvenuti.
La Chiesetta (chiamata oggi, del Prodigio) è tutt’ora visitabile e ogni 16 del
mese vengono celebrate le funzioni serali al suo interno. Dal 2005 al 2007 (chiuso il Santuario
per i lavori di restauro) è servita per celebrare le funzioni di tutta la
comunità parrocchiale.
Ritornando alla storia, il Taddioli e i contadini insieme chiesero al Vescovo diocesano, allora
Mons. Michele Seri-Molini, di avere un sacerdote per la Messa domenicale e dopo varie
incomprensioni l’ottennero nella persona di don Giovanni Sorbellini, che era stato
ordinato sacerdote nel 1883, all’età di 24 anni e 5 mesi, ed era stato prima
mansionario in Cattedrale, e successivamente, alla morte di don Sante Giorgetti, parroco alla
Santissima Trinità di Osimo, detta anche chiesa del Sacramento.
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Il primo prodigio a Campocavallo
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…Era il 16 giugno 1892 ed era giovedì. Si celebrava la solennità del
Corpus Domini. Nella chiesuola, in quella mattina, era stata detta la santa Messa, mentre
alcune pie e devote persone, per lo più donne, si trattennero a pregare.
Quand’ecco una di esse, certa Annunziata Cantarini in Gasparoni, osservando attentamente
l’immagine della Madonna, notò goccioline di acqua sul viso della Vergine che
apparivano lacrime o rudagioso sudore. Tutti i presenti, alla voce della donna, constatarono lo
stesso fatto. Pieni di stupore e di meraviglia si dissero: «La Madonna piange».
Fu avvertito il custode della chiesetta, certo Angelo Bevilacqua, detto Simonettello, che
coltivava il terreno, nell’ambito del quale era costruita la chiesetta stessa. Questi, a
sua volta, pensò di darne notizia al parroco-priore di san Sabino, don Giovanni Battista
Batoli, alla cui circoscrizione parrocchiale apparteneva il territorio di Campocavallo (ora non
più), e al parroco della Santissima Trinità di Osimo, don Giovanni Sorbellini,
che aveva esposto alla pubblica venerazione, nella chiesuola appunto, l’immagine
dell’Addolorata.
Don Giovanni, che apprese la notizia nel pomeriggio di quello stesso giorno, non corse subito a
Campocavallo, ma volle riflettere e decise di recarvisi il giorno dopo, di prima mattina.
Così fece. Giunto sul luogo, si fece aprire la chiesetta, celebrò la santa Messa,
e al termine si pose ad osservare l’Immagine e constatò che era vero quanto gli
era stato riferito.
Temendo un’illusione ottica, provò a premere il vetro dal quadro contro
l’Immagine: quelle bollicine si schiacciavano. Era veramente acqua. Ma donde veniva? Egli
però, come scrisse più tardi nella sua relazione al Vescovo, non vide alcuna
lacrima uscire dagli occhi e notò che tutto il quadro, o la maggior parte di esso, era
cosparso di bollicine.
Alla gente, che è sempre pronta a gridare al miracolo, rispose che al momento la cosa
non risultava chiara e che forse il fatto avrebbe potuto trovare una spieagazione naturale.
Non disse altro e per la via più breve tornò ad Osimo, cercando di evitare gli
incontri con la gente.
Intanto la notizia che la “Madonna piangeva” si era sparsa dovunque con la
rapidità di un lampo. E fu un accorrere da tutte le parti alla chiesuola di
Campocavallo. Prima naturalmente, i contadini del luogo, poi gli abitanti di Osimo, poi quelli
dei paesi vicini.
In quello stesso giorno, venerdì 17 giugno, la folla dei visitatori si andò
infoltendo sempre più dalla mattina al pomeriggio. Verso le 2 dopo mezzogiorno, si
sollevò un violento temporale. Le persone, che erano sparse nei presi a commentare i
fatti, corsero a ripararsi in chiesa e si asserrarono presso l’altare, che era vicino
alla porte.
Tutto a un tratto, mentre si recitavano le preghiere, le persone esclamarono, quasi ad una sola
voce: «La Madonna muove gli occhi».
Questa nuova e inattesa meraviglia ebbe maggior risonanza della prima: le lacrime e il
sudore.
In pochissimo tempo, la notizia del movimento degli occhi, che continuava ininterrottamente con
numerosissime testimonianze, varcò ben presto i confini della Diocesi e della stessa
Regione. La notizia si diffuse anche fuori dell’Italia, per tutta l’Europa, e, in
progresso di tempo, nel mondo intero (non si esagera).
Cominciò un movimento di fedeli, da ogni parte d’Italia e da ogni nazione
d’Europa, che andò sempre più intensificandosi, specialmente nelle stagioni
più propizie.
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Alla fine il Vescovo pensò a don Giovanni
Sorbellini
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Le persone chiesero al Vescovo un sacerdote per assolvere l’incarico delle
confessioni e della celebrazione della santa Messa.
Il
Vescovo alla fine pensò a don Giovanni Sorbellini, parroco al Sacramento e rettore
del Santuario di Nostra Signora del Sacro Cuore, ancor giovane d’età e
robusto. Lo nominò rettore del nascente Santuario di Campocavallo il 9 luglio
1892.
La chiesuola infatti sarebbe stata troppo angusta e piccola per poter contenere le masse
dei fedeli che invadevano i dintorni e irrompevano come maree. Allora don Giovanni
pensò e decise di elevare un padiglione all’aperto e ad esso appendere il
quadro della Madonna. Così la sacra Immagine poteva essere vista da vicino e mirata
da lontano. Molti, per meglio vedere, si munivano di binocoli.
Il movimento degli occhi continuava e durò per diversi anni. E a vedere lo stesso
movimento miracoloso non erano soltanto singole persone, ma interi gruppi. Grandi e
piccoli, uomini e donne, gente colta e contadini analfabeti; tutti vedevano nello stesso
modo.
Com’è ovvio del resto, alcuni vedevano, altri no. E’ difficile stabilire
una proporzione. Però, nel libretto dal titolo: Le Meraviglie, si legge che
su cinque persone dello stesso gruppo, tre vedevano e due non scorgevano nulla; oppure, tra
due persone, madre e figlia, la seconda vedeva mentre la prima non vedeva nulla.
Fuori, all’aperto, era impossibile ottenere il silenzio. Ognuno usciva in
esclamazioni di meraviglia. Vi era chi piangeva, chi gridava, chi si raccomandava, chi
chiedeva una grazia, una guarigione. E questo avveniva, come si è detto, anche
all’interno della chiesuola, dove si celebravano le sacre funzioni.
Per ottenere il silenzio, non vi era altro modo che coprire la sacra Immagine con un velo.
Allora la santa Messa si poteva celebrare con tutta tranquillità, mentre la sacra
liturgia seguiva il suo corso tra l’attenzione devota dei fedeli.
I dintorni della chiesetta, per largo raggio, erano invasi non solo dalla gente, ma dalle
carrozze e dai cavalli. Le strade erano intasate e la gente si riversava per la circostante
campagna o si sedeva all’ombra degli alberi. Infatti, in quella bassa località
(appena 44 metri sul livello del mare) la stagione estiva è particolarmente
calda.
In quei giorni a Campocavallo (estate 1892) non si parlava soltanto italiano, ma francese,
inglese e tedesco.
Come dicemmo, il Vescovo nominò rettore del nascente Santuario don Giovanni
Sorbellini: era il 24° giorno dall’inizio dei fatti. Don Giovanni accettò
subito la nomina, perché per lui l’obbedire era come la Fede: non si poteva
mettere in discussione. Si trasferì a Campocavallo, prendendo alloggio nelle
stanzette annesse alla chiesuola. Là egli riceveva la gente, ascoltava le
confessioni, accoglieva i doni tenendo nota dei nomi degli offerenti, segnava le intenzioni
di Messe, stendeva la cronaca degli avvenimenti; là prendeva i pasti, là
riposava quando poteva. Infatti la chiesuola si apriva alle ore 4 e anche alle 3 di mattina
e non si chiudeva mai prima delle 10-11 di sera, talora anche a mezzanotte e
più.
Era un lavoro immane, spirituale e materiale insieme, che solo una fede inconcussa come la
sua, una carità ardente e inesausta, una fermezza di carattere che non trovava
l’uguale, poté sopportare.
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Testimonianza lasciata da Padre Stefano Ignudi
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“Trovandomi in Loreto per la solenne chiusura del mese di maggio in quest’anno
(1895) delle feste per il VI Centenario della Santa Casa, ho voluto fare una devota visita alla
miracolosa Madonna di Campocavallo…
Trattenutomi un poco col custode del Santuario e procuratemi delle immagini, dei libretti e
delle medaglie della cara Madre Addolorata, ritornai in Chiesa a prendere commiato da
Maria.
Inginocchiatomi presso l’altare guardai gli occhi della Madonna recitando, con tutto quel
fervore di cui ero capace, sette Ave Maria ad onore dei suoi sette dolori.
La Vergine santa cominciò allora a muovere gli occhi ora in senso orizzontale, ora
alzandoli al cielo, ora guardando me. Il bianco dell’occhio appariva e spariva, e tutto
l’occhio si moveva con una lucentezza e vivacità come di persona vivente, mentre
quando non si muove è morto come quello di una stampa.
Non mi potevo ingannare.
Non poteva essere quello un gioco di luce, essendo tale la posizione mia rispetto al quadro, da
conoscer benissimo non esservi alcun abbaglio. Di più: avendo provato a guardar fisso
altre facce d’immagini diverse in oleografia o in fotografia mi parevano a volte, per
lavoro di fantasia o scherzo ottico di scorgere quasi alcun piccolo movimento d’occhi
nella figura, però ero certo che quello non era che un’apparenza, conoscevo che mi
pareva ma non era, a quella maniera che ogni persona di questo mondo sa conoscere ciò
che è stato sogno da ciò che fu realtà. So invece che là dinanzi al
quadro di Campocavallo non mi pareva, ma era: so che non lavoravo di fantasia, ma di umile e
semplice devozione; so che l’avvenimento di quegli occhi celestiali nell’immagine
della Madre di Dio, quel brillamento del bianco a guisa di perla, quell’apparire e
scomparire del medesimo, quella naturalezza di mosse non procedono quando si guarda fisso
un’immagine e pare di vedere che l’occhio si agiti…
Io stavo coll’anima inchiodata a fissar quello spettacolo; volevo dirne ad alcune persone
vicine, ma poi tacqui e continuavo a guardar la Santa Vergine.
Mi venne allora dal cuore un interno grido: “Maria fatemi conoscere in qualche modo se
Gesù mi ama!” E intendevo dire in questo senso, di sapere cioè se ero in
grazia di Dio.
Non so quanto la domanda fosse discreta, ma la Santa Vergine ripose al mio gemito per
contentarmi, e la sua fisionomia di Addolorata si cambiò in quella di Mater
amabilissima. Mi pareva di pregustare Paradiso. Non so dir altro…
Ma come sono fatti i poveri uomini! Dagli affetti d’amore, d’umiltà, di
proponimenti mi ritrovai a poco a poco in quelli della curiosità; mi rizzai in piedi
(che stavo in ginocchio) e continuai a intender lo sguardo nel quadro per vedere come fosse la
cosa. Gli occhi della Vergine Santa allora non si mossero più: li teneva come sono
nell’immagine stampata, rivolti pietosamente al cielo, e senza vita. Continuai ad
osservare aspettando, ma nulla; gli occhi della Madonna stavano fermi, stampati.
Dovevo andarmene, ma l’andarmene così m’era una pena. Rianimai i miei
sentimenti di fede, d’amore, d’umiltà e di pentimento, e cominciai a
recitare sette Ave Maria ai dolori della Madonna, accompagnandole colla preghiera del cuore:
“Maria ancora uno sguardo! Illos tuos misericordes oculos ad nos converte!”
Allora la Vergine abbassò gli occhi ancora una volta e mi guardò; poi non vidi
più alcun movimento, né più richiesi: bastava.
Le lasciai il cuore e partii.
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Testimonianza di Mademoiselle Anne de Questa
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Principato di Monaco, 8 marzo 1904.
Il 24 febbraio u.s. fui a Campocavallo, in compagnia d’altra signora, per visitare la
cara Madonna, e Maria in quel dì m’ha colmata di favori. Per meglio osservare la
Vergine mi presi la libertà di inginocchiarmi sopra l’altare e vidi allora che
Ella teneva gli occhi alzati verso il cielo. Indi l’occhio destro si abbassa, mi
guarda…la pupilla si muove come in una persona viva. Rimasi così per lo spazio di
circa 12 minuti. Poi mi inginocchiai nella scaletta. Gli occhi restavano come prima, alzati al
cielo. Ad un tratto m’accorgo che gli occhi erano rivolti sopra di me e mi guardavano. La
Madonna aveva un’aria di dolcezza e di bontà tutta particolare; pareva mi dicesse:
“Io ti ascolto”. La sua fronte divenne color rosa, le sue guance e il collo come di
persona viva, conservando però la sua grandezza e tutto il resto com’è
nell’immagine. Era circa un quarto d’ora che io godevo questa delizia e paradiso e
che io parlavo a Maria, quando fui chiamata in sacristia dall’inserviente, per
consegnarmi alcune immagini e libretti. Malgrado che la Vergine mi guardasse e fosse tutta
attenta ad ascoltarmi, pure vi andai e al ritorno osservai che l’Immagine aveva gli occhi
rivolti al cielo.
…Io non esagero in nulla, poiché era nella più grande calma e sono certa
di qanto affermo.
Partita da Campocavallo, andai a Loreto e da lì partii per il Principato di Monaco, per
recarmi poi a Lione mia patria.
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Narrazione di una guarigione (Suor Margherita Naranjo di Valparaiso-Cile)
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Margherita
Naranjo era una suora consacrata nel Monastero del Buon Pastore a Valparaiso nel lontano
Cile.
Lei stessa, espressamente richiesta dal Rettore del Santuario di Campocavallo, don Giovanni
Sorbellini, stese una relazione lunga e dettagliata delle sue malattie e della guarigione.
Riportiamo alcune parti di detta relazione.
“Faccio fede io sottoscritta, Margherita Naranjo, che fin dal 1897, nel qual anno entrai
in questa santa Casa, io avevo il polmone sinistro distrutto e vomitavo grande quantità
di sangue. In quell’epoca sono stata sì male, che si credette prudente
amministrarmi i santi Sacramenti…
Allora la malattia ai polmoni fece nuovi progressi, e secondo il giudizio di tre medici, per me
non vi era più rimedio alcuno. Le mie consorelle vedendomi alle porte
dell’eternità, di nuovo mi fecero amministrare i santi Sacramenti. A questi mali
si aggiunse un forte reumatismo gottoso che mi fece soffrire per lungo tempo…Nel 1886
fui attaccata dal colera-morbus…La serie dei mali che mi afflissero era già
cominciata e non doveva cessare che miracolosamente, per mano della SS. Vergine dei sette
Dolori di Campocavallo, come racconterò.
L’anno 1890 mi attaccò un morbo di natura cancrenosa che unito a molteplici altri
mali, mi ridusse in stato di estrema desolazione. Il 9 marzo 1891 feci una spaventosa caduta
che mi cagionò grandi mali…A tanta copia di sofferenze, si aggiunse un tumore
addominale che mi obbligò a stare a letto di permanenza, senza potermi muovere
minimamente, all’infuori delle mani…
Era venuto in me un miglioramento ma molto limitato…Andai avanti con le mie sofferenze
fino al mese di ottobre 1893, quando un giorno, trascinandomi non so dove, mi scivolò il
bastone e io ruzzolai giù, facendomi male assai. Questa volta davvero sembrava finita
per me. Svenuta e massacrata, fui portata all’infermieria del monastero, ove venne a
trovarmi subito il dottore…Ero diventata come una veste vecchia e rattoppata in mille
luoghi, che mentre si accomoda alla meglio da una parte, si guasta dall’altra…Il
15 gennaio 1894 l’emoragia crebbe con più forza, come pure i vomiti di sangue. Il
dottore mi esortò a non pensare più alla vita, perché non vi era
più speranza, ma che avessi solamente messo ogni mio pensiero in Dio e nella SS.
Vergine, e così mi furono amministrati i sacramenti dei moribondi. Avevo moto timore di
morire soffocata dai vomiti di sangue, e pregavo la SS. Vergine perché mi liberasse da
questo genere di morte.
Il 23 febbraio ebbi un vomito straordinario di sangue, tanto che sentii il sudore e il gelo
della morte…Il medico che mi vide in quel dì, disse che ogni speranza era perduta
e che ero molto prossima alla fine della vita mia, la quale chiamerei piuttosto prolungata
morte…(Il giorno appresso) venne a me una delle religiose con sembiante allegro e
sorridente e mi disse, che, con suo piacere veniva portarmi una cosa molto grande.
«Indovina un po’, disse la religiosa, che cosa porto?» Io le sorrisi
perché non potevo parlare. Allora trasse fuori un’immagine e una miniatura della
SS. Vergine dei sette dolori di Campocavallo, me la diede ed io le strinsi nel mio petto e
dissi col cuore: «Madre mia, datemi una morte tranquilla e che sia di giorno, per avere
il piacere d’avere intorno a me, nello spirare, le mie buone Madri religiose, e le mie
care compagne».
Alle 7 della sera venne a visitarmi la Madre Superiora…e mi disse: «Avete preso la
miniatura che vi ho mandato?» - Madre mia, risposi io, l’ho sopra al cuore!»
- «Sì, va bene, va io ve l’ho mandata, perché la metteste in un
po’ d’acqua e la beveste»…Indi a poco, essendosi ritirata la Madre
Superiora, venne una religiosa per farmi prendere la miniatura della Madonna Addolorata. Me la
posero alle labbra e l’immagine nelle, che io miravo e dicevo: «Madre mia,
portatemi in Cielo!». Mentre la religiosa e alcune delle mie compagne, recitavano sette
Ave Maria, finite le quali, la Madre mi suggerì alcune parole per prepararmi alla morte,
e nel congedarmi, mi disse: «Buona notte, Margherita, ci rivedremo
nell’eternità»…Io rimasi molto quieta perché dal momento che
bevvi la miniatura cessò il vomito e la tosse che durava da 16 anni! Poi mi venne come
un assopimento gradevole, senza dolori, e a mezzanotte sentii come una cosa straordinaria nelle
mie vene… La sera del giorno successivo, dando uno sguardo alla Madonna dei sette
dolori, le dicevo: «Madre mia, degnati di farmi passare una buona notte, da non farmi
risvegliare, se non domani dopo la Messa!». E m’addormentai in verità subito
e fu sì placido e regolare il mio sonno, che l’infermiera dubitava fosse il
letargo di morte. Alle 7 del mattino fui risvegliata. Oh! Miracolo di Dio operato in me per
intercessione della SS. Vergine dei sette dolori! Risvegliata che fui, mi trovai perfettamente
sana, senza alcun dolore, come se mai fossi stata inferma!...Cerco di assicurarmi in che stato
si trovava il tumore, e, oh!, prodigio sorprendente! M’accorsi che anche questo era
completamente scomparso!!...Poco appresso venne una religiosa per sapere il mio stato, e quale
fu la sua sorpresa quando le dissi: «Madre sto bene, perfettamente bene, e solo attendo
il permesso della nostra Madre Superiora per vestirmi e scendere dal letto! Sento che la
Vergine dei sette dolori mi ha fatto un gran miracolo!...»…All’udire che la
Superiora m’aveva concesso quanto bramavo, chiesi molto lieta i miei panni e non volli
che alcuno m’aiutasse a vestirmi! Quando meno le mie compagne ci pensavano, aprii la
porta e con passo franco entrai nella sala da lavoro. Uno spavento indescrivibile assalì
le mie compagne che si dicevano tra loro: «Forse la Superiora avrà permesso che
Margherita venga a morire qui».
Io mi inginocchiai con l’immagine in mano di Colei che aveva operato la mia strepitosa
guarigione, e cominciai a recitare l’ufficio dell’Addolorata.
Non trovo parole per esprimere il piacere in cui stava allora inondato il mio cuore; giammai io
avevo provato somiglianti emozioni. E dopo di essere stata più di un’ora in
ginocchio, mi alzai senza provare alcun fastidio. Incominciai allora a correre qua e là
per la casa; fui in camera della Madre Superiora e con gli occhi pieni di lacrime la ringraziai
per il gran favore d’avermi dato la santa immagine della Madonna di Campocavallo che mi
pareva in quel momento essere venuta dall’Italia a Valparaiso solo per me. Tutta la casa
prese parte alla mia gioia e ai miei ringraziamenti alla Vergine; quel dì divenne
improvvisamente un giorno solenne, poiché in tutte le ore si udivano cantare dalle voci
argentine, di più che un centinaio di giovinette, le canzoni più commoventi e
più care. Poi io volli far compagnia alla regina dei martiri, facendo la Via Crucis e in
questo esercizio era per me un piacere alzarmi in piedi e rimettermi in ginocchio con la
massima facilità…
In quello stesso giorno venne il R. Cappellano, al quale presentandomi, dissi: «Io sono
Margherita!». «Voi Margherita?!...» rispose sorpreso e non credendo ai suoi
occhi: «Voi mi ingannate…voi qui?...ma come…non vi portai ieri il santo
Viatico?!». «Si Padre, ripresi io, si, sono io stessa…Ho ricevuto la
guarigione dalla Vergine dei sette dolori di Campocavallo…Ho preso per bocca una sua
piccola immagine toccata nel quadro benedetto, che si venera colà, e ora, come vedete,
sono completante guarita!». E il R. Cappellano, confuso e convinto nello stesso tempo, di
quanto gli dicevo, disse più volte commosso: «Questo sì che è un
gran miracolo!! gran miracolo, gran miracolo!!... Bisogna ringraziare tanto Iddio. Per quello
che posso io, vi dico che domani celebrerò il S. Sacrificio del Corpo e del Sangue di
Nostro Signore in azione di grazie». Poi quasi fuori di me per il giubilo, continuo a
percorrere tutte le stanze del monastero affinché tutti fossero testimoni del grande
favore che io avevo ricevuto dalla SS. Vergine Addolorata. Questa meraviglia si diffuse poi per
la città e molte persone vennero a vedermi per assicurarsi del fatto e vollero conoscere
l’immagine miracolosa che tutti bramavano possedere. Io poi mi posi ad eseguire subito le
più gravose fatiche e ho continuato sempre a star bene come al presente godo molta
salute.
Il dottor Cannon che ha curato Margherita, ha constatato la realtà del miracolo e ha
rilasciato sulla sua paziente (che chiamò la risuscitata) queste parole, dicendo spesso
queste parole: “Ciò non è opera della medicina, ma solo della mano di
Dio”.
Ecco il suo attestato:
Valparaiso, 11 aprile 1894.
“Io attesto che Margherita, una delle penitenti di questo Convento (Monastero del Buon
Pastore), soffriva da parecchi anni d’un tumore addominale con grandi perdite di sangue
che si avevano con vomiti e altre maniere.
L’ammalata era assolutamente incapace di camminare, d’inginocchiarsi, e finalmente
fu ridotta a tale stato, che la morte si temeva di giorno in giorno.
Mentre durava questo stato, le si procurò un’immagine della SS. vergine di
Campocavallo, davanti alla quale pregò.
Il giorno appresso, di mattina, ella stava meglio e il posdomani ella poté levarsi dal
letto, correre, mettersi in ginocchio senza la minima difficoltà, e, fino a questo
giorno, ella non ha cessato di essere sana. La scienza medica non può spiegare questa
guarigione. Io non ho mai veduto un fatto somigliante, e io posso dire solamente che Dio che
guarisce quando vuole le nostre infermità, ha messo in azione la sua provvidenza in una
maniera tutta speciale a favore di questa felice giovane”.
Dottor Riccardo Cannon.
Lo stesso medico, tre anni dopo, aggiunse all’attestato le seguenti parole: Fino a
quest’oggi la Margherita ha goduto d’una buona salute e lavora curando le altre
malate del Convento. Valparaiso, 4 settembre 1897.
Seguono sette attestati di persone che hanno conosciuto Margherita Naranjo durante la lunga
malattia e l’hanno veduta dopo la guarigione. Ne diamo i nomi senza riportarne le parole.
Sono: sour Maria di san Carlao, suor Maria del Cuore di Maria, Fais Marchant infermiera,
Assunta Lacail, Maria Eufrasia Ibarro, Perpetua Letebier, suor Maria di san Filotea.
Tutte le firme sono autenticate da Ramin Angelo Jara, governatore ecclesiastico di Valparaiso,
e da Prudenzio Contador, notaio ecclesiastico.
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Epilogo
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Sono tante le testimonianze e i prodigi avvenuti ad opera dell’Addolorata di
Campocavallo; testimonianze che possono essere analizzate lungo gli anni nella redazione della
rivista Eco della devozione alla Madonna di Campocavallo (l’ultima redazione, che parte
dal 2002, riprende nei minimi dettagli tutti gli avvenimenti di allora).
La fama del Santuario di Campocavallo ha seguito l’andamento della parabola. Ha raggiunto
il suo vertice con don Giovanni Sorbellini per percorrere, poi, tutto l’arco di discesa,
al quale non sono state estranee le due guerre mondiali.
Potrà il Santuario tornare all’antico splendore? E’ da augurarselo ma
sarà difficile. Comunque sin da ora è “centro di preghiera” e meta di
pellegrinaggi.
La Madonna vuole che si preghi, che si torni ad una vita cristiana coerente: con tali premesse
il “prodigio”, nella sua sostanza, continuerà lungo i secoli.
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